Tappa 1- Scendere dalla Torre d’Avorio… per esplorare il Piccolo Mondo

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Alla fine della prima tappa di Mesothalassia, una novantina di km passando attraverso tre regioni, ovvero Abruzzo, dove abbiamo dormito la notte tra il 27 e il 28, Molise e Puglia, focalizzo mentalmente la sensazione che potrebbe destare nei miei colleghi, rimasti a trambustare tra articoli scientifici da scrivere e nuove teorie “rivoluzionarie” (?) da promulgare, tra provette di laboratorio su scaffali polverosi, tra report magerial-istituzionali, una cosa come Mesothalassia. Una domanda le cui implicazioni al pensiero quasi mi sconvolgono. Cosa centra tutto questo con la scienza? Più tardi, a cena, a qualcuno, un collega più anziano la cui voce intercetto, viene da dire, per fortuna non a me, “…ma che Mesothalassia! Altre cose, cose serie…” e il cerchio nella mia mente si chiude.

Mesothalassia è forse una cosa da folli. Pensare di andarsene in giro in bicicletta a parlare con la gente di scienza come se fosse una cosa semplice da spiegare… uhm… Ma è proprio questo il punto! La scienza deve essere spiegata! E in maniera SEMPLICE. E dobbiamo farlo NOI (scienziati). Comincio a lavorare attorno a questo punto, ne scavo i contorni, smusso gli spigoli, modello il pensiero come fosse creta e mi metto a riflettere fino a che non spunta la Torre d’Avorio. Quella sulla quale noi scienziati abbiamo costruito il nostro isolamento dalla società civile. Probabilmente, proprio attraverso il processo selettivo inculcato nel mondo lavorativo, in questo come in altri campi della società.

La Torre d’Avorio è quell’edificio che montiamo pezzo dopo pezzo, di giorno in giorno costruendo la nostra carriera, fatta di comunicazione scientifica ortodossa rivolta a pochi eletti, magari del nostro stesso campo, un cul de sac in cui si incanalano le nostre deduzioni sulla natura e spesso, troppo spesso, abortiscono le nostre intuizioni. Gli scienziati che studiano il pallino rosso della fenice (e quello, solamente quello) convergono rovinosamente verso un buco nero, che attrae i loro pensieri reputati migliori da altri scienziati che studiano il pallino rosso della fenice, o al massimo quello verde… E se poi la fenice, aldilà dei pallini, ha anche il dono di rinascere dalle proprie ceneri… beh, quello è di pertinenza di altri scienziati…

Settori, sotto-settori, linee di pensiero. Astrazione pura. La produzione scientifica che monta materialmente le nostre carriere di scienziati ci mura vivi nella Torre d’Avorio. Più mattoni impili, meglio riesci a trovare fondi per sopravvivere (leggi: avere uno stipendio) in un mondo fatto di altre torri d’avorio. Più produci in quel settore-torre, più ti elevi sulle altre torri, più ti isoli dal mondo e più la torre sale su, verso il cielo. Pochi lo toccheranno. Il cielo. E tra quei pochi, pochissimi, in cima alla torre, avranno il privilegio di sporgersi dal bordo della torre, respirare finalmente aria fresca, guardare il mondo esterno, compiacersi di essere tra le torri più alte e visibili e, infine, arrivare a parlare alla gente, attraverso interviste televisive in programmi culturali para-scientifici, articoli su giornali di divulgazione scientifica, convegni aperti al pubblico, chiamati in qualità di “esperti”. Esperti sì, ma del proprio settore-torre. A quel punto, chissenefrega che, figlio della torre, l’esperto sa molto di poco e quasi niente del tutto. Vale solo quanto si eleva.

Stamattina (28 giugno), durante la conferenza di avvio di Mesothalassia ho avuto il privilegio di parlare di scienza, nel senso più profondo del termine, del “significato delle cose della natura”, ad un manipolo di ciclisti in tenuta d’ordinanza e frementi di montare in sella. Probabilmente, per la prima volta nella loro vita avranno sentito parlare di plancton, del fatto che gli oceani sono vivi e l’acqua del mare è un ambiente e non solo un mezzo. Ne ho annoiati dieci ma ne ho “acchiappato” concettualmente uno. Va bene così.

Serve aspettare così tanto prima di parlare agli altri? Dico, a che serve una carriera avulsa dal mondo? Quello stesso mondo che decide, attraverso ad esempio il voto, chi deve comandare e chi deve conferirci uno stipendio? Smontare la Torre d’Avorio e venirne fuori, prima che sia troppo tardi. O arriveremo ad un punto che non ascolterà nessuno, nemmeno quando saremo in cima….

Come vi ho detto nel post sulla tappa zero, lascio la parola ad Emilio… per raccontarci di come siamo scesi dalla Torre d’Avorio… per esplorare il Piccolo Mondo. Perché il mondo è paurosamente piccolo, quando si parla con la gente…

Io credo che ogni viaggio – e questo che i mesothalassonauti stanno pedalando è pure un viaggio, oltre che una discesa della scienza sul sellino – abbia un momento, un “punctum”, in cui chi viaggia percepisce il rumore dell’ancora che viene issata a bordo. Per ognuno è diverso, quel momento. Io l’ho avuta, questa sensazione, sul treno che mi portava da Udine a Termoli. A Bologna, dove avevo appuntamento con la mia amica Federica, salgono sul treno alcuni ciclisti. Uno, mai visto, mi chiede, Sei Leone? No, rispondo, non sono Leone. Allora sei di Mesothalassia? insiste, sì, dico io, ma come gli è venuto in mente che uno degli enne ciclisti che sferragliano sui treni italiani fosse uno del gruppo? È Andrea Zignin, un bergamasco gigante trasferito a Trento e che per vivere insegna scienze alle medie. Come certi esploratori inglesi da fumetto gira con un retino. Non è per le farfalle, ma per pescare non so cosa nelle acque con cui dialogheranno i biologi di Mesothalassia. Ah, dicevi che lavori alle medie a Trento? gli faccio. Ho solo due amici da quelle parti. Uno è il preside Kirker – gli spiego – e l’altro è un insegnante come te, Claudio Bassetti. Andrea spalanca la bocca e mi punta addosso gli occhi spalancati ingigantiti dallo stupore e dagli occhiali. Uno è il suo preside e l’altro è suo collega. Catena a bordo, ancora che pende dalla prua: per me il viaggio comincia adesso, con questa doppia coincidenza dell’incontro sul treno e degli amici comuni. E per gli altri: ognuno pensi al suo momento. Quando si inizia un cammino con queste coincidenze, che sfidano le telenovelas, si capisce che sarà viaggio di sostanza.

Io e Federica ci aggiungiamo al gruppo a Campomarino Lido, un paese vicino a Termoli. Arriviamo con un giorno di ritardo, dopo aver passato in rassegna dai finestrini del treno questo interminabile disastro ecologico e urbanistico che è l’Adriatico italiano, dove una legione di geometri in poche decine di anni ha costruito una barriera corallina di edifici per lo più cubici, per lo più anonimi, per lo più tristi, nonostante il maquillage dei colori vivaci. La ferrovia a poche decine di metri dal mare crea un muro con l’entroterra, separa il Paese dal mare.

L’impatto con il gruppo mi fa venire in mente l’equipaggio di una baleniera che si ritrovi all’imbarco, dove solo alcuni si conoscono per precedenti navigazioni. La nostra baleniera, il nostro Peqod, è un ciclovertebrato a pedali, e il nostro capitano Achab è Domenico D’Alelio “the boss”, che ha organizzato questa spedizione, racimolando la sua band un po’ come fa Belushi nei “Blues Brothers”. Si capisce che ha un carattere molto ben temperato e ben diverso da quello terribile di Achab. Se il vero Achab avesse passato un bel po’ della sua vita a Napoli, come ha fatto Domenico, invece che negli alberghi del porto di Nantucket, forse avrebbe lasciato in pace il leviatano, per di più un esemplare raro perché bianco. Ho sempre tifato per Moby Dick e una frase del secondo ufficiale Starbuck è uno dei miei motti preferiti: “Non voglio nessuno sulla scialuppa che non abbia paura del Leviatano”. Vale per tutto: non è un invito al panico, ma alla razionale misurazione degli eventi che ci prepariamo ad affrontare. Ma è anche un invito a fidarci anche un po’ del fiuto, dell’istinto. Mi chiedo se Moby Dick non possa essere considerato la metafora della natura che fiociniamo, aggrediamo, perseguitiamo, finché un giorno dirigerà tutta la sua potenza primordiale verso la fiancata della nostra baleniera. Il capitano Achab deve fare unsa seria riflessione e cambiare registro.

Lasciamo Moby Dick e torniamo a sud di Termoli, a Campomarino lido per l’appuntamento col gruppo di mesothalasonauti. La ciurma ci fiuta, loro si conoscono da un giorno, alcuni – scopro ben presto – da anni. “Convenuti dal monte e dal piano cittadini di cento città”. Mi affiorano alla memoria versi di una poesia studiata alle medie, forse neppure esatti. Qui c’è gente , uomini e donne, di Bergamo, Trento, Venezia, Avellino, Napoli, Udine, Bologna, Modena, Campobasso (Anzi: CampoBBasso). Niente Pontida per l’incontro, ma un paesino costiero del Molise. Niente leghe bellicose, niente fiocine per leviatani, ma un gruppo che si è appena conosciuto via web: nomi, nickname, battute, qualche link, qualche esplorazione nei reciproci facebook. Oggi si viaggia anche stando a casa, davanti al computer il lontano non esiste. Ma sulla strada, viaggiando piano, a piedi o in bici, il lontano sopravvive.

Pedalando ricevo da Domenico ulteriori assaggi di quello che sarà il viaggio. Alla fine, mi dice, dovrete amare tutti il plancton, sentirete questa parola centinaia di volte. Non sapevo che questo essenziale pulviscolo biologico in sospensione fosse una specie di foresta amazzonica sommersa che ci regala il 50% dell’ossigeno, che meticolosamente impestiamo con emissioni, CO2 e simili.

Comincio a memorizzare i nomi, a dimenticarli, come quando mi arriva una nuova classe prima, alle medie. Conosco Leone, quello con cui mi ha confuso Andrea. Viaggia con sua figlia Elisa che ha appena concluso la terza media e che pedala da vera viaggiatrice. Scala sicura i pendii gialli come un quadro di Van Gogh, non molla sui percento più severi, vola col gruppo a quasi cinquanta all’ora verso un’altra salita penitenziale. Fa caldo, ma non troppo, oggi. Nei prossimi giorni sarà più tosta: e ci tosteremo.

Ah, una panoramica sul paesaggio che stiamo faticando, se mi si consente questa “transitivizzazione meridionale” dei verbi: ondulazioni d’oro giallo e rosso, masserie in cima ai colli, interminabili campi pettinati a righe dalla mietitura che che ha lasciato nell’aria ancora un po’ di odore di pula. Di semi della Monsanto, purtroppo, ma questo viaggio è anche una spedizione di cavalleggeri della biodiversità e del rispetto per l’ambiente.

Eh, sì, il tramonto ci vuole stendere un tappeto per rendere trionfale l’arrivo al lago di Lesina: tappeto prima giallo, poi variamente intriso di succhi di frutta, dall’albicocca alla papaya, dalla susina all’anguria. Cumuli violetti stanno acquattati sull’orizzonte quando raggiungiamo le rive di questo specchio d’acqua salmastra, inquieto per la brezza. È laccato dall’ultima luce mentre germani reali, cigni, oche striano con le loro scie la superficie accesa dell’acqua. I lampeggianti blu delle auto di scorta della polizia e dei vigili, che ci hanno accompagnato per gli ultimi chilometri, ci abbandonano alla brezza pungente, nonostante stagione e latitudine, e alla sera che si sta per inghiottire questa superficie d’acqua bassissima, ricca di flora e di fauna. È uno spettacolo che incanta, questo del lago che annotta e dell’Italia che non finisce mai di stupire chi la percorre. Come noi, che cerchiamo di raccoglierne la voce, che ci piacerebbe che terminasse di sgretolarsi, questo grande monumento, mezzo di terra, mezzo di cemento, per usare le parole di Giovanna Marini.

Lesina è un paesone di case, quasi tutte di tutte di tre, quattro piani. Doveva essere bello, ma anche qui abbattimenti e ricostruzioni firmate dagli archigeometri locali ne hanno strappato estesi brandelli di anima urbanistica. Ma la geometria dei vicoli, a volte ancora lastricati di pietra lucidata dai passi, le chiacchiere di strada e quell’aria da sud che conserva ancora ne rendono gradevole l’atmosfera. Siamo ricevuti da “membri stanziali” della spedizione. Ospitalità gastronomica a cura del ristorante “La Cruna del lago”, dove mangiamo una pasta squisita. E a noi vegetariani va decisamente meglio, perché invece delle orecchiette al ragù ci troviamo davanti a degli “strascinati” con pomodorini, rucola, pecorino e olio d’oliva che ci impongono il bis e qualcosa di più. Conosciamo una verdura dal nome mitico, da bestiario medievale: la salicornia, che è così buona che un po’ mi dispero al pensiero che al nord non la troverò. Il simposio compatta il gruppo, lo motiva, conosciamo meglio la troupe di operatori che ci ha ripreso decine di volte nel corso della giornata. Brindisi, euforia, stanchezza. Federica mi crolla addosso e si addormenta. Il viaggio è decollato e la nave va, comincia a prendere abbrivio, spinta dal vento dei pedali.

Dormiamo su delle brande da campo nel museo naturalistico etnologico, divisi in gineceo e androceo. Nel corso della notte l’androceo -il reparto maschile – si sparpaglia per il museo sotto la pressione sonora di uno di noi che russa come un diesel. Orazio si brandizza sotto il lancio di una rete lanciata da un pescatore raffigurato sul muro, Andrea sotto lo sguardo spento di una testuggine, altri sorvegliati da uccelli impagliati, cormorani e da una spelacchiata lontra estinta, sia lei che tutte le sue consimili che abitavano il lago di Lesina. Io non sento niente, addormentato al fondo di un sonno subacqueo zavorrato dagli ottanta chilometri di saliscendi di ieri.

Dom/Emilio

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