Tappa 3 – Dalla montagna sul mare alle montagne di sale

Margh1

Scrivere in viaggio è un impegno non da poco. Una staffetta continua, tra me ed Emilio, che teniamo questo blog quotidiano scrivendo sullo stesso computer ed in sequenza sullo stesso file, per non perdere di spontaneità. Tutto in presa diretta, poche correzioni, nessuna rilettura e, speriamo, un minimo di integrazione. Ma è un onere minuscolo, quello di scrivere, se penso all’onore che abbiamo a raccontarvi questa meravigliosa avventura, che non è rischiosa tanto sul piano fisico (a parte qualche piccolo inconveniente avvenuto nella tappa 3) quanto sul piano mentale… Dopo solo tre giorni di nomadismo, di dormo ogni notte in un posto diverso, di parlo con persone i cui accenti sfumano l’uno nell’altro man mano che si oltrepassano i confini immaginari delle tante e diverse Puglie, scatta in noi un meccanismo di adattamento che ci porta a ritenere che la vera vita, forse, potrebbe proprio essere così: nomade e libera. A questo punto, pensare al ritorno, che prima o poi avverrà, non è più tanto dolce quanto lo era al momento della partenza, quando bagagli, logistica, piano pernottamenti e un dominante senso di incertezza, ci facevano quasi dire: ma chi ce lo ha fatto fare?

Sono le 6:17 del 1° luglio. Scrivo della tappa del 30 (Laguna di Varano – Margherita di Savoia) da un balconcino dell’alberghetto che ci ha ospitati per la notte appena trascorsa, affacciato sul limite meridionale del complesso delle saline. Scrivo dopo una lunga, calda e ritemprante doccia, che mi sono concesso dopo aver dormito vestito, con tanto di scarpe, sul letto intonso. Quella di ieri è stata una lunga giornata, terminata con una cena da Lucullo – anche questa, come il pernottamento, offerta dall’Associazione degli Stabilimenti Balneari di Margherita di Savoia. La tanto desiderata (da me) frittura di paranza, piatto ultimo e forte della cena, ha fatto il suo dovere. In albergo a mezzanotte passata, condivido la stanza con Davide e Silvia, che mi lasciano il letto matrimoniale, accontentandosi di un grazioso letto a castello. Mi appoggio sul letto mentre loro si sistemano e… collasso… Dormo così come sono, il letto è comodissimo e fa tutt’altro che freddo. Il primo sonno vero da quando siamo partiti. Il terzo giorno di ogni viaggio è sempre quello della calma raggiunta. D’ora in poi, saremo tutti in modalità zen, come dice il caro Antonio Bergamino, il nostro fidato fotografo-motivatore, quello che prende in mano la ramazza e raccatta gli ultimi, i ritardatari, quelli che vanno più lenti, anche se magari non sempre, nella nostra carovana a pedali di truppe cammellate.

Della giornata di ieri parlerei tanto, forse tanto di più del minimo sindacale richiesto quando si stende un blog, che deve essere breve ed incisivo, specie se scritto a due mani. La mia bici è stata bravissima, su terreni estremamente diversi. E’ il terzo giorno, quello della piena integrazione tra muscoli e meccanica a due ruote. Io e lei siamo stati addirittura immortalati insieme ad un retino per il campionamento di fitoplancton, sul ciglio di una delle canalette delle saline dove il laboratorio mobile dell’Uni-Salento aveva appena fatto un campionamento per Mesothalassia. Ripenso alla foto che mi hanno mostrato le mie colleghe Alessandra e Caterina, molto spontanea, direi naturale: ciclista con retino o scienziato in bicicletta? Forse tutte e due, indistricabilmente. Il mio capo Maurizio è arrivato a dire che, a quanto pare, per me andare in bici è un “atto indispensabile a garantire la mia produttività concettuale”. E lo ha fatto in una mail di lavoro con un collega di Trieste, nel corso di una nostra conversazione avente oggetto un articolo scientifico sul Piccolo Mondo del plancton che stiamo scrivendo insieme… Ma come siamo messi?? Conoscendo il mio capo, non credo proprio che scherzasse…

Insomma, che dire della giornata di ieri. Tanta bici, perché la tappa è stata davvero lunga, poca comunicazione, perché tutto si è risolto con una breve conferenza alla Casa di Ramsar, centro di educazione ambientale sulle saline. Aprono il responsabile dell’oasi, il sindaco del comune di Trinitapoli, che ha la pertinenza dell’oasi, e poi parliamo Alessandra ed io. Tutto a braccio, proprio come il sindaco dall’eloquenza navigata. Si parla dei Cammini LTER, di Mesothalassia, di come il nostro sia un tentativo di mettere in contatto in maniera non convenzionale i due mondi, quello sulla Torre d’Avorio e quello che apprende nozioni di ogni tipo, comprese quelle scientifiche, dalla Grande Bugiarda – ovvero la TV, come la chiamano in uno dei posti che attraverseremo. Alessandra è stata grande. “Probabilmente, se i due mondi non si parlano, è anche colpa nostra: alla scienza di oggi manca la ‘narrazione’”. Ma quella vera non sensazionalistica, come continua a confermarsi la divulgazione scientifica nel nostro Belpaese. I narratori. Il Popolo Narratore. Potremmo chiamarci così, noi folli che parliamo di scienza andando di paese in paese con la bicicletta. Un po’ come i cantastorie di una volta, quelli che oggi sono solo zingari.

Il mio intervento, dal momento che siamo al terzo giorno (… e il terzo giorno di ogni viaggio è sempre quello della Gran Consapevolezza) è breve, accattivante ed incisivo. I miei consiglieri in fatto di public relations, Andrea e Davide, hanno fatto nei giorni scorsi il loro dovere… Riesco addirittura a ‘sgamare’ il vice-sindaco, anche lui in platea. Quando parlo di acqua e di acquedotto pugliese, delle sorgenti del Sele (che visiteremo sabato), costui viene via dal limbo e mette giù lo smartphone. Diventa quasi una conversazione a due. Ringrazia l’Irpinia per il servizio offerto da questa piccola terra a tutta la Puglia, che vive dell’acqua del Sele. Il sindaco e il vice sono ormai dei nostri. L’acqua arriva ovunque, scava tutto e penetra dappertutto. In questo viaggio dobbiamo essere come l’acqua. Freschi, diretti, fluidi e benefici. Il Popolo Narratore sta arrivando! Dispiegate le vostre reti in paranza, o cari amici nostri!

Emilio. Adesso tocca a te… abbiamo poco poco tempo… la piccola città di Orazio chiama e la nera silouette del Monte Vulture già appare all’orizzonte…

La profezia di Domenico non si è avverata e la leggenda s’è sfatata: non siamo partiti alle 7.00 perché tra la nostra volontà di sbrigarci e la prima pedalata si è interposto il fato. E lo ha fatto sotto forma di una tavolata principesca, federiciana, una cascata di ogni bendidio che ci hanno preparato le nostre ospiti dell’agriturismo “Il piccolo principe”. Una colazione consumata con la vista del lago di Varano che ammiccava tra olivi secolari, uno dei quali avrebbe potuto servire a Ulisse per squadrare il suo letto matrimoniale, perché è ben più lungo di una persona. Fichi neri ancora intrisi del fresco della notte, colti un’ora prima, poi albicocche, cetrioli, panetti caldi al finocchio, succhi di frutta, biscotti… insomma, tanta di quella buona roba che mi ha addirittura fatto scordare della parola “caffè”. Un’ospitalità eccezionale, perché queste donne si sono alzate nel cuore della notte per mantenere fede a un’idea di ospitalità che ci descrivono e che non riporto per brevità: basti la descrizione della tavolata. Insomma, girala e voltala, siamo partiti alle otto e mezza, decollando dalla località Crocifisso di Varano verso Carpino, in un’atmosfera fresca e col gruppo oramai funzionante. Sappiamo i nomi di tutti, il clima è di quelli giusti, dove allegria, fatica condivisa e buona voglia negli impegni che ci aspettano lungo la strada creano un mix che riempie la vela della nostra nave a pedali di buon vento. Erik Ferrante da CampoBBBasso fa la staffetta con la sua mountain bike, nervoso, scattante, infilando i passaggi più tecnici e facendo la staffetta tra la testa e la coda del gruppo. Se oggi farmo centodieci chilometri lui ne avrà fatti il doppio. Attraversiamo Carpino, paese animato e grazioso costruito sul fianco del monte, con le stradine in salita, una chiesa barocca sulla piazza piena di bar affollati e troppe insegne e troppe macchine che ne intossicano il centro. Me l’immagino col centro pedonale e senza le urla sguaiate di tutta questa plasticaccia colorata delle insegne: sarebbe un quadro, un quadro pacifico e pittoresco.

Da qui in su, solo rumori di vento e foglie, dei nostri cambi che sfrigolano e delle nostre voci. È la salita perfetta: 7-10%, aria fresca, visibilità sul mare e sul lago di Varano, che sembra che la terra voglia tenerselo per sé con l’abbraccio del lungo cordone di sabbia che lo separa dal mare. Un crampo alla gamba di Federica ci regala una sosta e una scorpacciata di fichi freschi. La signora dell’agriturismo ce li ha impaccati e consegnati, e sono finiti sul furgone di Orazio, Francesca e Caterina, i nostri amici della troupe che documenta il viaggio. Il gruppo ha un andamento a fisarmonica: si sfilaccia, si ricompatta, si torna a sfilacciare. Verso i cinquecento metri di quota i pascoli e le macchie di lecci e roverelle si coagulano in una macchia scura, nella cui penombra, tra poco, sperimenteremo piacevoli brividi di freddo. È la Foresta Umbra del Gargano, dove carpini, faggi, aceri e i castagni ci regalano un ambiente che, nonostante l’intervento dell’ Homo Boscaiolus, continua a mantenere un fascino primordiale. Al Bosco Quarto comincia l’avventura che ci ha preparato Gianfranco, il sulfureo biologo che sa di queste zone come un guerrigliero conosce le sue montagne. La sorpresa consiste nel fatto che ci attendono in tutto dodici chilometri di sentiero che s’arrampica fin oltre i settecento metri. Ma la sorpresa, almeno per me, è sapere che questo sentiero, oggi in nulla diverso da una strada forestale, era il letto dove scorreva non un fiume, ma un treno a vapore. Gianfranco ci fa notare le massicciate che sostenevano la ferrovia, mimetizzate dalla vegetazione come le rovine di un tempio messicano. La copertura arborea è fatta di generosi ombrelli di querce e frassini. Me li immagino scomparire nel vapore della locomotiva che sbuffa, che sferragli facendo scappare caprioli e cinghiali. A cosa serviva questo treno nel bosco? A trasportare legna, e specialmente tronchi di castagno. Oh viaggiatore, che leggi il giornale sul treno che sferraglia, pensa che sotto di te sfrecciano decine di migliaia di traversine che erano maestosi castagni del Gargano. Meriterebbero un epitaffio da Antologia Palatina, queste legioni di alberi caduti. Oggi si riforesta, e comunque la natura si è data da fare. L’attraversamento dell’ombra marezzata da raggi di luce, come nei quadri degli impressionisti, lascerà in tutti noi un ricordo dai contrasti violenti. Per me il ricordo si cristallizza nella foto di noi che ci addentriamo timidamente nel bosco, con quel po’ di diffidenza stupita ma curiosa che forse ci è rimasta attaccata dall’infanzia, quando la nonna ci leggeva storie di fate e foreste.

Bisogna dire che Silvia, psicologa napoletana, è una delle più toste pedalatrici che abbia mai visto. Sempre in testa al gruppo, sempre con la sua allegria partenopea, del resto serpeggiante nel gruppo per via di una forte componente etnica di napoletani e campani che costituiscono la truppa cammellata, che è davvero una campionatura di biodivesità italica. Il fato sceglie lei per il primo incidente della spedizione: una discesa e alla fine della medesima un tappeto di sabbia. La ruota si piega, pattina e Silvia non ce la fa a tenere la bici, rovinando a terra. Ginocchio e mento sanguinante, petto arrossato e graffiato, uno spavento che spreme adrenalina dalle surrenali. Si attiva il servizio medico: le ferite sono disinfettate, lavate, fasciate e la gamba della vittima gronda tintura di iodio come una crocifissione. Ma il buon umore non viene meno, né la grinta. Manca poco alla discesa, che ci trasforma in un tappeto volante a pedali: voliamo risucchiati dall’azzurro dell’Adriatico, dalla scacchiera dorata con diverse qualità d’oro delle campagne mietute che circonda Manfredonia. Attraversiamo la città, adesso scortati dai vigili e dai carabinieri, per andare a riposarci nell’oasi di Lago Salso. C’ingozziamo di anguria, beviamo, qualcuno stramazza sulle panche a distillare la fatica della salita e dei 1600 metri di dislivello accumulati coi vari saliscendi.

Un gruppo di ciclisti di Trinitapoli ci scorta per gli ultimi trentacinque chilometri. Attraversiamo una zona di orti di sabbia che dà una verdura particolare, buonissima. Si lamentano, gli amici ciclisti locali, che non si riesca a valorizzarla nella sua particolarità, per non dire unicità. I fagiolini piccoli e molto saporiti, i pomodori profumati – ci arrivano delle folate del loro aroma, di tanto in tanto -– le melanzane, gli zucchini potrebbero essere un altro di tesori nascosti di un’Italia che cambia di dieci chilometri in dieci chilometri. Scopro che a distanza di un giorno di pedale già la salicornia non è una pietanza d’uso, che c’è un vino che sembra un insulto razzista (si chiama nero di troia) e che, se fatto bene, lascia la lingua nera nera, troia d’un vino nero che non sei altro. Il dialetto s’è fatto completamente oscuro e tra essolui e l’arabo per me non c’è nessuna differenza. Probabilmente nel sanscrito o nel farsi riuscirei a riconoscere qualche radice indoeuropea, che qui sparisce nella rapidità dell’eloquio, nella particolarità di strizzare, ridurre e trasformare dittonghi, iati, sdrucciole che diventano piane e viceversa. Eh, sì, la bici esalta il sapore d’Italia, potrebbe essere uno slogan che coniuga il pedale, il paesaggio e la storia. Mentre vedo le legioni di Annibale sfilare verso Canne, non distantissima da qui, il vento ostacola la pedalata e la vista del monte di sale – siamo ormai vicino alle saline – che è apparso all’orizzonte si ingrandisce troppo lentamente. Ma alla fine ci arriviamo e sulle sponde di questo lago salato, che si riempie e si svuota sotto l’ustione del sole di Puglia trasformandosi in una distesa abbacinante di sale, percorriamo la ciclovia che l’affianca e arriviamo alla Casa di Ramsar, che voi sapete già cos’è perché avete letto le note di Domenico, qui sopra. Io, dopo la conferenza, assaggio i vini di qui, alcuni biologici. Ma mi commuove una storia botanico-enologica che tre anziani mi raccontano. È proprio sul nero di troia. “Non puoi sapere cos’era questo vino, voglio dire il vitigno autentico, autoctono. E sai chi aveva l’ultima vigna di quello vero, di quello non innestato? Io.” Mi racconta il vino come fosse una leggenda omerica: nero, profumato, resistente come un guerriero. “Non ci mettevamo bisolfito, capisci? Niente. Si conservava con i solfiti naturali. Che dici? Fino all’anno dopo? Ma scherzi?” Una volta scordarono una damigiana piena in mezzo a delle altre, vuote. Dopo molti anni la ritrovarono. Andato in aceto? Era ancora più maturo, profumato, un vino per gli dei. Qui tutto ha un profumo di Grecia lontana, dai nomi dei luoghi a quelli dei vini (uno di essi si chiama “greco”). Ma lo fate ancora, chiedo, e la vigna ce l’avete?Sto usando anch’io il “voi”. I tre anziani sospirano e si lanciano quegli sguardi di persone che sanno tutto le une delle altre. “Quella fu l’ultima vendemmia, la migliore, credetemi” (mi piace questo intercalare di “voi” e di “tu”) “e ci bevemmo quei cinquantaquattro litri – i migliori in assoluto della miglior vendemmia di sempre – sapendo che non ne avremmo bevuto più”. Ma cos’è successo? Purtroppo, dice uno di loro, con dei bei baffi bianchi, l’ho spiantata io. E sai per farci cosa? Metterci degli olivi, che qui ce ne sono anche in mezzo alla strada. E adesso sai cosa sto facendo? Sto battendo il luogo dov’era la vigna per vedere se nasce qualche barbatella. Sì, spero di trovare quel vino e rifare la vigna.” Con questa metafora dell’eden enologico perduto, con questa fiaba dell’ultimo regalo della vigna cenerentola, finisce la visita al centro. La storia, che ha proprio la struttura di una fiaba triste, mi commuove, spero davvero che il vecchio trovi la barbatella, le dia un bacio e la vigna – principessa risorga. Ma adesso via, i saluti, le strette di mano e chiappe in sella.

Non so cosa abbiamo fatto di buono pe meritarci un altro tramonto come quello che ci accompagna da Trinitapoli fino a Margherita di Savoia lungo le saline dall’acqua densa e immobile come acciaio. Ci dobbiamo fermare risucchiati da queste lastre incandescenti, arrossate, ma anche cupe per il riflesso del Gargano, che è un ematoma di un indaco che scivola verso il nero. Giove e Venere sono allineate, grida Alessandra con entusiasmo, sfavillano come zirconi. Davide spiega che ci danno il piano dell’orbita del sistema solare: poesia, geografia, astronomia e le opere dell’uomo – nel bene e nel male – si intrecciano, si fondono, tornano a separarsi.

A Margherita di Savoia mangiamo dopo le dieci, al Galeone. Le proteste e i “poco, per favore”non servono a fermare l’emorragia alimentare: baccalà, cozze in rosso, pasta con sapori di mare, pane, poi il fritto, no, il fritto non ce lo porti, o almeno ce ne porti poco, per favore. Macché, ne arrivano quattro piatti pieni, ci dispiace lasciare quel ben di dio, e poi pure arrivano i sorbetti, l’amaro, volete il caffé, il caffé no, lasciamo stare. Maratona di chilometri, di sapori mediterranei, di emozioni e di stanchezza. E Domenico, me lo raccontava poco fa, si butta sul letto vestito e con le scarpe, mentre il compagno di stanza fa la doccia. Si sveglierà così, poco fa – inizio a scrivere alle sette di mattina dopo una notte troppo breve – vestito di tutto punto, pronto per partire verso il prossimo appuntamento. E io chiudo la mia pagina di diario e vado a raggiungerli. E anche oggi la nave va… Venosa ci attende.

Margh2

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