Tappa 4 – Terra asciutta e grano arso, nel medio corso del fiume Ofanto

Venosa1

“Necessità m’industria a compor versi”. Antonio Capacchione, responsabile dell’Associazione Stabilimenti Balneari di Margherita di Savoia ci accoglie così, la mattina del 1° luglio, al centro visite delle saline di Margherita. “E’ questa la citazione di Orazio che più mi è cara, molto più del famoso Carpe Diem. Orazio Flacco era di umili origini e scrisse versi che lo resero famoso e benestante prevalentemente per sbarcare il lunario”. Proprio come noi scienziati che narriamo le vicende del mondo d’acqua. Qualcuno famoso e anche relativamente ricco c’è. Per la maggioranza meno ricca e famosa, rimane pur sempre l’industriarsi… Ammetto di non essere a conoscenza dei versi di Orazio citati dal signor Antonio. Più tardi ne trovo a fatica piccole tracce sul web. Da l’idea di essere uomo di gran cultura, il signor Capacchione, proprietario di uno stabilimento balneare e, a quanto mi sembra, membro eminente della comunità locale. Ci invita all’interno del centro visite e si piazza davanti ad una gigantografia a muro che ritrae nelle sua interezza il sito di produzione del sale. Sito di interesse notevolissimo dal punto di vista commerciale ma anche naturalistico. Le montagne di sale che si ricavano da queste saline si vedono da distanza considerevole. La superficie rossa delle acque separate dal mare hanno un carico di minerali decine di volte superiori all’ambiente di loro origine. Il loro colore è dovuto ad alghe microscopiche e piccoli crostacei che riescono a sopravvivere a quelle condizioni estreme, stabilendo in tal modo una catena alimentare che sostiene al suo apice i meravigliosi fenicotteri rosa, vera attrazione biologica del sito, i quali devono la loro colorazione proprio al cibo del quale si nutrono.

“Le saline hanno una storia antichissima. Così come la città nella quale ora ci troviamo. Qui si trova uno dei primi insediamenti della Magna Grecia”, continua Capacchione. Ancora prima, gli abitanti di quello che era il lago Salpi, barattavano il sale con altri prodotti, in un mercato di sussistenza che sarebbe durato per secoli. Oppidum Salinis, Salapia, Sancta Maria de Salinis, Margherita di Savoia, l’evoluzione del toponimo racchiude in sé la storia delle dominazioni sotto cui il sito si è ritrovata nel corso dei millenni. L’ultima ed attuale denominazione della città delle saline arriva con l’unità d’Italia e viene stabilita in onore della regina Margherita – sì, proprio quella della pizza. Antonio Capacchione è un fiume in piena. Ci narra la storia delle saline, portando alla luce particolari di grandissimo interesse e che vanno dalla particolare disposizione delle strade della città, perpendicolari al mare per consentire l’afflusso del vento verso le saline, alla progettazione dell’ampliamento settecentesco del sito, che coinvolse Luigi Vanvitelli, architetto di meraviglie sotto il regno dei Borboni, come ad esempio la reggia di Caserta.

Ascolto con grande interesse il signor Antonio. Per me è una scoperta. Con quel cognome che si ritrova… Fino a questa mattina il signor Antonio era una entità astratta. Ci ha offerto cena e letto ma non si è fatto vivo, né alla cena né prima di andare a letto. Riporto alla mente, quasi con tenerezza, il primo approccio con il suo cognome: Capacchione. Nelle mie conversazioni telefoniche con Gianfranco Pazienza del CNR di Lesina, cui si deve la totalità della logistica di Mesothalassia in terra di Puglia (anzi, nelle Puglie, come si dovrebbe dire), mi lasciai parecchio prendere dall’ironia, nominando il signore con un forzatissimo – e fintissimo – accento pugliese. Gianfranco, che non manca certo di ironia, mi rispondeva per le rime con un “scusa perché sfotti? Lui si chiama così”, usando un forzatissimo ma verissimo accento pugliese. Ora che mi ritrovo di fronte al signor Antonio, che tiene le fila delle conversazioni da gran Cicerone, mi sento piccolo piccolo piccolo… Il suo comizio spazia da cose di storia a cose di natura a cose di panza. Le tre cose convergono nell’argomento pesca e prodotti ittici, dei quali il Golfo di Manfredonia rappresenta l’epicentro produttivo. Difatti, il Golfo è un vero hotspot della pesca e raccoglie gran parte della produzione ittica del basso Adriatico. La gastronomia, poi, è un punto forte tra le competenze di Antonio… che trova in me un interlocutore d’elezione… Antonio, con il supporto dell’associazione locale che presiede, ci ha già dato ieri sera un assaggio delle prelibatezze della cucina locale che, a suo dire, insieme a quella pugliese in generale, ha dato i natali alla cucina italiana.

L’accoglienza da parte del signor Capacchione al centro visite delle saline dura poco. Dobbiamo riunire la ciurma, togliere gli ormeggi e veleggiare con il vento in poppa (e meno male… direi…) alla volta di Venosa. Anche noi, come suggerisce Orazio, lo spirito guida che ci accompagnerà nel corso della risalita alle sorgenti dell’Ofanto, dobbiamo cogliere l’attimo ed industriarci a comporre versi. Lo saluto in maniera calorosa perché mi ha lanciato più input di quanto io poi ne abbia colti dal vivo e questi ultimi sono senza dubbio maggiori in numero degli output che scrivo. Mi mangio le mani per non aver registrato il suo comizio (Emilio, ti giuro di portare d’ora in poi sempre con me il registratore vocale…) e contengo il senso di insoddisfazione per la brevissima durata della visita. Gli prometto di tornare, anche per visitare il museo delle saline, insieme ad Antonio Bergamino, per ampliare il nostro reportage.

Ma ora passo la parola ad Emilio, forza che è tardi!

Erik Ferrante, il bambinone, l’uomo che dorme nei boschi col sacco a pelo, che ha fatto tre giorni di acrobazie con noi con la sua MTB all’argento vivo, ci lascia. Mi ha insegnato cose sulle piante, mi ha raccontato dei suoi pellegrinaggi da a-gnostico a piedi scalzi, da folle di Dio dalla fede incerta. Mi ha parlato con amore di suo fratello, morto anni fa a Ostia per una bomba d’acqua e a cui dedica queste camminate a santuari. Preferisco pregare per lui con i piedi che con le mani, mi ha detto. Se lo porta sempre con sé, il suo Dominick Ferrante, mi invita a leggere le sue poesie sul web. Lo farò certamente, fatelo anche voi. Ciao Erik,buon viaggio. E ciao anche a Gianfranco Pazienza, che ci ha guidato per queste terre con una passione amorosa che ha pochi uguali. È lui che ci ha costretti ad affrontare il cammino della strada ferrata delle Foresta Umbra. Anche se oggi fa caldo una vena di frescura resta annidata nel vento, che oggi ci sarà amico per tutta la strada. Ci attende un venusiano a bordo della sua ciclonave a pedali, Giuseppe Minutiello, che per prima cosa mi corregge e mi dice che gli abitanti di Venosa si chiamano venosini e non venusiani. Ci intendiamo subito, pedaliamo fianco a fianco e lo subisso di domande. È uno di quelli che ha la bella abitudine di dire “non so” quando non sa le cose, senza impantanarsi in ipotesi fatte a braccio. Parliamo un po’ di tutto, dei suoi viaggi in bici con la moglie, dei miei, della sua vita – ha una palestra – e del mio lavoro. Che bello trovare gente con cui conversare, cioè condividere pensieri, argomenti, esperienze. Oggi si parla poco, ci si sprofonda negli smartphone e la bici è un salotto mobile e arioso dove gli argomenti prendono il ritmo cardiaco della pedalata. Giuseppe ci chiede se vogliamo vedere il ponte romano. Con me va a nozze. Alla truppa cammellata va bene che non sia io al comando, altrimenti alla fine del viaggio avrebbero dovuto andare da un allergologo ecclesiastico perché, minimo minimo, gli facevo visitare un paio di chilometri quadrati di chiese e cappelle rurali. Ma sono in carovana, me ne sto quieto e casomai faccio una scappata nei templi salendo gli scalini tre a tre, annusando le arie che sanno un po’ di muffa e d’incenso, ispezionando croste rococò e uscendo rapidamente nella luce abbacinante per riagganciarmi alla carovana.

Il ponte romano è stato restaurato in tempi recenti. È a schiena d’asino e scavalca le acque torbide dell’Ofanto. Le sue zampe d’elefante di pietra, che probabilmente hanno subito altri restauri nel corso dei secoli, fanno ancora impressione per la solidità. Ma il ponte è quello, rinato chissà quante volte sulle proprio ceneri dopo chissà quante alluvioni. Giuseppe mi spiega che le acque del fiume sono molto sporche, le coltivazioni le avvelenano con i prodotti chimici e solamente da qui a Venosa tre dighe ne azzoppano il corso. Nonostante ciò, una ricca vegetazione di tife (le piante col pennacchio che usiamo come decorazioni), giunchi e canne del genere fragmites riescono a farmi immaginare acque limpide, pastori che fanno il bagno e pecore che si abbeverano. Un quadro kitsch da arcadia settecentesca, o da poeti romantici di poco nervo: ma non riesco a farci niente. A riportarmi ai tempi moderni c’è una scritta fatta con lo spray sulla spalletta del ponte: Zanuttella – Fernandina – sei – dannata – per -sempre- il – male- che – hai -fatto- alla -gente. Sic, sgrammaticato e oltraggioso, più verso il ponte che verso Fernandina.

“Ci saranno certamente i cavatelli al peperone crusco e cardoncelli”. Mentre pedaliamo Giuseppe fa salire la fame agli ascoltatori a pedali parlandoci del menu che degusteremo stasera alla taverna pizzeria “Al brigante”. Un lessico a me ignoto, ma nonostante ciò appetitoso. Ma, adesso, degli olmi frondosi e degli olivi fanno ombra a un pranzo a base di frutta e tarallucci della durata di ventisei minuti. Non possiamo attardarci e proseguiamo. La via è un ritmato e pacifico alternarsi di lunghe e blande salite seguite da discese. Sole acceso, ma vento fresco, e la sensazione di pedalare nell’oro del sole e della campagna splendente di mietiture recenti. Leone Tarozzi ci guida con un sapiente uso del GPS. È accompagnato dalla mascotte del gruppo, sua figlia Elisa, che ha appena finito le medie. Quattordici anni, esile e dura come l’acciaio. Ieri si è fatti cento chilometri, con sterrati problematici, con i dislivelli di cui sopra, senza fiatare. Anzi, ha senso dello humour e una naturale simpatia che inteneriscono. Oggi è un po’ provata, così come pure Federica, e i saliscendi le pesano. MA le due non mollano. Ci fermiamo a Gaudiano, una paese che dapprima penso sia opera del ventennio, una specie di borgo rurale di fondazione dalla pianta quadrata e le atmosfere un po’ spettrali. Archi e case di scuola razionalista che si scrostano al sole, una chiesa con un triplice arco in pietra, una piazza trascurata e triste ombreggiata da ligustri non potati. Al bar beviamo il bevibile e l’acqua frizzante con limone, che molti di noi ordinano, è gratis. Gratis, ma perché? Gratis, ci dicono. Ad un certo punto, mentre siamo seduti sui tavolini a rilassarci un po’, uno sconosciuto si avvicina con una cassetta di plastica. È piena di ciliegie nere e appetitose, chili e chili. Le posa su uno dei nostri tavoli e dice: sono per voi. Non c’è neppure il tempo di dirgli “grazie” o “Ma scusi, perché…” che il tipo è già sparito.

Visto che Fede ed Elisa sono sfinite decidiamo di spezzare il gruppo. Leone resterà nelle retrovie con Elisa e Federica, mentre noi spingeremo per arrivare a Venosa prima possibile. Giuseppe ci guida per altri venti chilometri e prima di arrivare nella città di Quinto Orazio Flacco – “Carpe diem”, ricordate? – affrontiamo qualche chilometro di salita abbastanza tosta. Il premio è l’Incompiuta, la chiesa della Trinità di origine normanna. HA una pianta geometrica ma non romanica, a croce latina. Presenta invece una navata unica con arco ogivale – siamo ben prima del gotico – di probabile ascendenza arabo – normanna. Spoglia, con un ritmo austero e allo stesso tempo leggero, mi fa venire i brividi. Aberarda, la moglie ripudiata di Roberto il Guiscardo, l’Altavilla che con pochi scrupoli, molto coraggio e cinica decisione piantò le unghie in questa terra di uve e di grani, è sepolta nella chiesa. Si chiama “l’incompiuta” perché l’abside che sigilla la navata unica lascia intravedere, attraverso delle lunghe finestre, un’abside ben più arretrata e un parco di colonne che sorreggono solo il cielo. La chiesa non venne ultimata secondo i progetti originari e la costruzione si arrestò prima. Uno scavo nel pavimento ha messo in luce un mosaico di fattura pregevole, policromo, certamente di una chiesa paleocristiana perché c’è il pesce, il simbolo cristologico così diffuso nei primi anni del cristianesimo. Salta agli occhi un presepio, decisamente fuori stagione, che è vasto come un appartamento. Forse non hanno il coraggio di toglierlo perché è troppo bello, penso. Dopo un’ora arrivano Elisa, Federica e Leone. L’appuntamento che abbiamo è al bar “Friends”, proprio di fronte all’imponete castello normanno, abbracciato da un ampio fossato senz’acqua. Domenico parlerà dell’acqua. Senza un attimo di tregua, questo viaggio.

Senza tregua, vero, caro Emilio.

Mi ritrovo al Friends Café a parlare di acqua insieme a Maurizio Bolognetti, noto giornalista di Radio Radicale ed esperto di tematiche ambientali, e Marialaura Garripoli, presidente dell’Associazione Futura di Venosa, molto impegnata nel sociale e in battaglie a tutela del cittadino dall’inquinamento. Dico subito che non abbiamo folle oceaniche (con le dovute proporzioni, ovviamente…) come quelle che avevamo di fronte in Gargano. Alla ciurma, nell’apprestarci a lasciare l’Adriatico (e poi anche Gianfranco, Erik, Leonardo…) e, in generale, il clima gioviale della costa, ho detto subito che, addentrandoci verso il centro di massa di Mesothalassia, saremmo entrati in una dimensione più intima e dura, in senso positivo. Sono queste, le terre di mezzo tra la Basilicata e la Campania, fuori dai grandi flussi turistici e dallo sviluppo industriale, che hanno subito nel corso degli ultimi decenni un notevole impoverimento demografico, oltreché economico, afflitte dalle imponenti migrazioni interne al nostro paese che hanno portato via 2-3 generazioni e dall’abbandono da parte di uno stato che non ha mai nemmeno affrontato la cosiddetta “questione meridionale”. La terra dura, gialla per il grano tagliato che si estende a perdita d’occhio, unita ad un senso generale di assenza hanno dominato il nostro avvicinamento a Venosa, gioiellino architettonico nel deserto, meteora di città quasi andalusa, compressa tra una appendice interna del granaio d’Italia e il nero e inquietante profilo del Monte Vulture, vulcano spento e fonte millenaria di acqua, che domina come un gigante addormentato sulla valle dell’Ofanto.

Oggi va così. Se quello di ieri, come vi ho già raccontato, è stato il giorno della Gran Consapevolezza, quello di oggi è stato il giorno del Gran Nervo. Nervi tesi durante la pedalata. Ci ritorno con la mente ora che attendiamo che la sala si riempia per l’altra metà – quella piena è occupata in prevalenza dai nostri della carovana. E’ dura essere il capo. La gestione di gruppi eterogenei, con persone tanto diverse, con diversa sensibilità ed esigenze, storie diverse, passioni diverse, predisposizioni mentali diverse, preparazioni fisiche diverse ed in viaggio da giorni su di una bici non è per nulla semplice. Leone mi da una grossa mano oggi. Lo aveva detto Mariangela Ravaioli (capo della sezione del CNR-ISMAR di Bologna e superiore di Leo): “Vedrai quanto ti sarò utile”. Leo è la stabilità emotiva fatta persona e, come vi ha già raccontato Emilio, ci ha guidato magistralmente oggi. Io invece, se ieri ero rilassato e focalizzato su me stesso, le mie gambe, la mia bici, la mia percezione del mondo attraversato in scioltezza lanciando poche occhiate agli altri, in una condizione di sicurezza in gran parte dovuta alla guida di Gianfranco, oggi che lui ci ha abbandonato il mondo si è ribaltato (non piangere Gianfra’, ti prego….). Realizzo tutto questo mentre, seduto sul divano ed appoggiato al tavolino che ci fa da platea al Friends, sorseggio una Peroni al limone e guardo gran parte dei miei prodi di fronte a me, tra il pubblico (scarso, però, non vi dimenticate….). Alla fine, penso, sono io che vi ho portato qui. Tocca a me dare un senso “integrato” alla nostra presenza a Venosa.

L’argomento della conferenza è l’acqua e so già dove mi vogliono portare. L’ottimo Bolognetti è un giornalista d’assalto. Poco tempo fa, tanto per stare sul pezzo, è stato vittima di un episodio poco simpatico: in visita esplorativa nei pressi di un sito di estrazione di petrolio (molto diffusi in Basilicata) gli è stato intimato da un carabiniere di non filmare nulla, sotto la minaccia di una pistola, sebbene, mi pare di capire, il ferro fosse ancora riposto nella fondina. So dove i miei interlocutori vogliono portare il discorso con tema acqua perché conosco, anche se per via non diretta, le autentiche battaglie che i locali stanno conducendo verso l’estrazione di petrolio, a quanto sembra non solo dannosa per l’ambiente (sottrae acqua alle attività umane e produce rifiuti tossici) ma anche poco efficiente dal punto di vista economico (i costi sono superiori ai ricavi). Invitato a parlare, ammetto immediatamente di non essere un esperto di politiche energetiche ma di essere un semplice ecologo del mare, molto focalizzato sulla biologia degli organismi. Realizzo immediatamente quanto sia pericoloso scendere dalla Torre d’Avorio. Si espone il fianco ad autentici insuccessi d’intelletto. Isolati come siamo nel nostro mondo fatto di osservazioni naturali, siamo impreparati ad interloquire con gente che si muove nel mondo di mezzo, tra la politica e la scienza che in qualche modo la supporta, attraverso studi su commissione. La politica attinge dalla scienza per sostenere le proprie scelte. La scienza asseconda la politica per continuare a vivere (leggi: ottenere fondi). I giornalisti che si muovono in questo ambito – e mi pare che Maurizio sia proprio uno di questi – sono molto sensibili ad incongruenze, che qualcuno chiamerebbe affari loschi, tra l’una e l’altra parte.

Non ho nessuna intenzione di immischiarmi e provo ad ingegnarmi in acrobazie intellettuali… Parlo del nostro viaggio, dei Cammini LTER, dei siti LTER, di cosa è LTER (la ricerca ecologica a lungo termine… ma nn vi dico niente qui, sennò famo notte….). Parlo di ecologia e del valore di, non solo monitorare per decenni sempre lo stesso sito, ma anche elaborare i dati raccolti e sviluppare teorie sulla relazione tra ambiente e cambiamenti climatici, geologici o legati alle attività dell’uomo. Mi ascoltano. Bene. Parlo di acqua e del suo valore in senso generale. OK. Ma alla fine il discorso confluisce sempre e comunque sul valore economico dell’acqua. Lo faccio involontariamente. Ma lo faccio. Mi pare quasi una forma di cortesia verso i nostri ospiti. Un bizantinismo che mi porto dietro dalla terra di Levante che abbiamo da poco lasciato e che si concretizza in una sorta di regalo immateriale offerto a chi mi ha accolto. Volete che vi parli di valore dell’acqua? Bene. Sapete quanta acqua si consuma per produrre una pizza di 800 grammi a partire dalla materia prima, come grano, olio, pomodori e mozzarella? Oltre 1000 litri di acqua. Per una sola pizza. Dati veri. Ecco. Ritorno poi sugli aspetti naturali, gli ecosistemi, cose meno pericolose, ma il “dono immateriale” aleggia nell’aria e vi rimane come una cappa fumosa sulle nostre teste fin quando termino il mio intervento e Marialaura passa la parola a Maurizio.

Napoletano trapiantato in Basilicata. Un po’ burbero all’apparenza – sarà forse la barba e il cipiglio meridionale – ma sembra uno che si scioglie con calore con chi gli è affine. Autentica celebrità del settore giornalistico locale. Anche un po’ paladino delle battaglie delle quali ho parlato più sopra. Maurizio sfodera un’eloquenza che definirei ponderata in istantanea. Da’ l’idea di pensare tantissimo mentre parla, ma regola il flusso di dati vocali in uscita con grande maestria. A differenza di me, che ho ancora tanto da imparare… Snocciola dati, parla di studi a sua detta un po’ farlocchi che concludono sulla possibilità di coniugare trivellazioni petrolifere, attività produttive agricole o d’allevamento e turismo sostenibile. Ci “stona” di parole (come si dice in Campania…). Insomma, anche lui, come Capacchione stamattina ma su una lunghezza d’onda lontana miglia, è un fiume in piena. Non mi azzardo ad interromperlo, del resto non sono io a moderare. Alcune cose mi stupiscono, altre mi inquietano, molte avevo trascurato, alcune mi trovano un po’ in disaccordo. Ma il tutto mi affascina. Sono sincero. Alessandra più tardi mi dirà che ho dimenticato dei punti importanti da sollevare, come lo scopo del nostro viaggio, da scienziati narranti, di portare la gente a stupirsi della natura. Ma realizzo ora che scrivo che l’argomento era assai arduo da integrare nel contesto in cui cercavo di muovermi insieme a Bolognetti, anche se con i piedi di piombo. Ma Maurizio è una persona molto interessante. Affine. Parla di conflitto tra determinismo ed olismo e mi pare sia un fan dell’ultimo. Insomma, mi conquista, ecco. Così come con Capacchione, tante sono le cose che ora trascuro in questo piccolo report della nostra conversazione pubblica. Cose che forse dovrò dire, ma mi sfuggono ancora le chiavi esemplificative… sto ancora elaborando, sorry…

Torno a parlare io, su invito di Marialaura. Faccio un po’ l’avvocato del diavolo. “Sapete che le piattaforme petrolifere marine dell’alto Adriatico sono colonizzate da tantissimi piante ed animali marini che non potrebbero insediarsi sulla sabbia che domina i fondali? E la zona di mare che circonda i piloni di queste piattaforme sono dei punti di ripopolamento dei pesci?”. Dico queste cose per comunicare un aspetto molto importante. I sistemi naturali sono molto complessi e non è detto che la causa apparente di un fenomeno, come ad esempio una moria di pesci, sia la causa effettiva. Può anche essere una con-causa. Ma spesso la comunicazione para-scientifica prodotta da media che vivono perlopiù di messaggi sensazionalistici, dispone in maniera troppo superficiale delle relazioni causa-effetto. E proprio in questo genere di dibattiti noi scienziati dovremmo avere voce in capitolo per analizzare in maniera critica e “neutrale” i fenomeni naturali che hanno una ricaduta immediata sulla vita dell’uomo. Certo, sarebbe meglio che gli scienziati avessero voce in capitolo su fenomeni che hanno una ricaduta non immediata sulla vita dell’uomo. (nota: questa è un’altra storia… andremmo verso discorsi politici che ora non mi va di affrontare, anche se nel dibattito con Bolognetti argomenti politici sono assolutamente emersi e lì – povero me – ho barcollato in maniera evidente…)
Insomma, tanto per chiudere con il dibattito, altrimenti si va davvero per le lunghe (e poi Bolognetti dice che sono logorroico…) si rivela una bella esperienza. (nota: Il dibattito è stato registrato da Maurizio e probabilmente verrà trasmesso a breve su Radio Radicale. Chi potrà sentirlo, se ne farà un’idea…)

La serata termina alla trattoria Il Brigante, a Venosa. Si festeggia il compleanno di Milena, la moglie di Giuseppe Minutiello. Io sono veramente stanchissimo, rauco, occhi spiritati e lento nelle percezioni. Si fa dura. Pedala, parla, mangia, dormi, scrivi, pedala, parla… Ma ce la faremo.

Dom/Emilio

Venosa2

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...