Tappa 5 – Il paese per aria

Cairano1

Gli amici di Venosa ci hanno ospitato in un appartamento poco lontano dal centro, arredato come si arredavano le case negli anni cinquanta, cosicché ci sembra di entrare in una specie di macchina del tempo o in un film neorealista. Che ospitalità, questa del sud. Gente che non ti ha mai visto che ti dà un mazzo di chiavi, una casa arredata e una disponibilità totale. Ci dormiamo in un numero esagerato, ma la gestione degli spazi e dell’unico bagno è perfetta. Gli altri mesotalassonauti sono accampati nella palestra di Giuseppe. Non so quanti si adatterebbero a questo train de vie fatto di chilometri e calure, salite e sudate, dormite dove capita, da soli, in gruppo, tra le lenzuola o nel sacco a pelo, con i pranzi consumati sulla terra arata di un uliveto come tavola e un unico coltello per dodici persone. Ma il gioco dal ritmo intenso ma umano, condito di fatica e di parole, di incontri, di notti poco dormite, di risvegli all’alba per scrivere o partire è diventato la linfa del gruppo. Non c’è niente da lamentarsi, si va e basta, di buona voglia, in questo strano clima di amicizia nata sull’onda di un sentire comune impastato da tante diversità personali, si pedala con chilometri di sonno arretrato, magari un po’ allucinati per le splendide ma faticose maratone gastronomiche. Stamattina abbiamo un appuntamento con un’amica di Giuseppe Minutiello che lavora alla sovraintendenza. Ci guiderà nell’area archeologica e ci spiegherà l’Incompiuta, la chiesa della Santissima Trinità che abbiamo visto ieri. Ci intendiamo subito, noi e lei, perché c’è una forte corrente passionale che ci accomuna. Lei ci racconta la storia della chiesa, dei cavalieri di Malta, degli strati che si possono leggere nell’edificio e che narrano di epoche diverse, di ricostruzioni, riutilizzi di materiali, di popoli e ordini religiosi che si sono succeduti. Se fosse per me, starei tutto il giorno ad ascoltarla, a discutere con lei, a capire come mai qui ebrei, cristiani e pagani convissero pacificamente per un lungo periodo, senza scannarsi e approfittando della “diodiversità” per arricchirsi reciprocamente.

Giuseppe Minutiello ci congeda davanti alla sua palestra. Resto senza parole quando mi regala un completo da bici stupendo, uno di quelli della sua squadra. Ci siamo sentiti subito affini, durante la pedalata di ieri, ma il suo gesto mi commuove. Penso che si sia sentito vicino a me leggendo i libri e che poi, con la conoscenza personale, abbia ritrovato lo spirito di ciò che scrivo. Conosco l’esperienza di conoscere uno scrittore che si ama e che poi, di fatto, di scoprire che la sua parte più bella sono proprio i libri. Insomma, è una sorta di premio che non so se mi merito, ma che mi riempie di piacere e, ridiciamolo, di commozione.

Anche oggi salite e discese, planate da ippogrifi e salite masticate e sudate col doping umano del gruppo, della parola, dello scherzo. Ogni tanto Orazio, Francesca e Caterina ci superano col furgone, piazzano i treppiedi sulla strada e ci riprendono, anche se Orazio e Alessandra, che non dovevano pedalare o pedalare poco, ci stanno prendendo sempre più gusto. Orazio – io credo mascherando la sua voglia di pedale con il dovere professionale di videomaker – ce lo troviamo sempre più spesso a riprenderci col suo stadycam tascabile. Alessandra Pugnetti, giorno giorno, è diventata una biologa un po’ western, con un berretto – rigorosamente decathlon – che la fa somigliare a un cow boy e con un progressivo upgrade del mezzo. Arrivata con una deliziosa bici giallo canarino a stelline azzurre – di quelle che si vedono fuori delle case dello studente, per intenderci – adesso sfoggia una MTB che le ha lasciato in eredità temporanea non so quale membro del gruppo che se n’è andato (Leonardo, nota di Dom). Non vedo l’ora di arrivare a Melfi, la città normanna dove nel 1231 Federico II promulgò una serie di leggi che, se per certi aspetti erano ancora medievali, per altri oggi ci appaiono sorprendentemente moderne. Quando vedo che il gruppo oltrepassa l’indicazione per il centro storico ho un attorcigliamento stendhaliano delle budella.

Non ci fermiamo? chiedo con un gemito nella voce. Domenico, che deve aver colto nei miei occhi lo sguardo del cane abbandonato in autostrada, con piglio napoleonico ordina l’occupazione del centro storico della città. È un mordi e fuggi, ma almeno questa bella città mi impregna le retine e il cuore. Stupore nella piazza dalla bella cattedrale e stupore per il castello che, se non ha la magia numerologica e architettonica di Castel del Monte, è un prisma grigio e pieno di fascino. Non ci restiamo molto, ma mi basta, del resto in queste terre ci dovrò tornare, tosto o tardi.

Ci fermiamo a mangiare sotto una famiglia di pini marittimi e Federica, Caterina e Alessandra tentano di rendere meno diffidente Dauno – così lo battezzano – un cane che deve aver preso tante di quelle botte dall’uomo che non basta il prosciutto a fargli dimenticare le sofferenze subite. Consumiamo il pasto seduti a terra, come sempre, e per tutto il tempo della sosta le pie donne cercheranno, con qualche parziale successo, a far sì che Dauno si avvicini a loro, anche se per una carezza vera e propria la permanenza avrebbe dovuto essere più lunga. Non so se qualcuno abbia pregato Padre Pio, ma a pochi metri appare un caffè – non ce n’eravamo accorti o è stato veramente un miracolo – che ci offre gelato, bibite fredde, caffettino prima di ricominciare a filare anche questa faticosa tappa.

Quanta bellezza nella solitudine del non-turismo, e quante orride località inquinate da rumore, fast food e nevrosi. Pensieri banali e inutili lamentazioni, ma che mi vengono continuamente in testa mentre fatichiamo in mezzo a tanta bellezza, quasi ci spostassimo sulla tela di uno sterminato quadro di un paesaggio. Ogni colle è un tuffo al cuore, ogni borgo semideserto è un pezzo della storia e della diversità di un paese che s’ignora. Siamo sempre nel bacino idrografico dell’Ofanto e solo dopo la Sella di Conza la gravità porterà le acque verso il Tirreno. È ad uno di questi piccoli valichi che ci rendiamo conto che il paesaggio cambia un’altra volta. Il giallo si macchia di un verde cupo che poco a poco dilaga lungo i fianchi delle montagne dall’aspetto dolce – vere e proprie onde dorate – fino a conquistarle quasi completamente. Antonio, il fotografo del gruppo, è anche un ciclista di grinta – un randonneur, per intenderci – e documenta il paesaggio e i suoi navigatori senza perdere una sola situazione fotograficamente interessante, fissando sul sensore anche questo ennesimo gioco di prestigio geografico. Domenico ci indirizza verso una vecchia provinciale che abbandona la pericolosa statale, che percorriamo solo per pochi chilometri, giusto per trovare quest’ulteriore scappatoia al fiume di camion.

Ecco, mi accorgo che sotto la spada di Damocle dell’impegno quotidiano di redigere il diario non ho trascritto gli odori che abbiamo attraversato. Un viaggio è anche un’immersione continua in una geografia di paesi olfattivi, di profumi, un puzzle di puzze, di sentori lievi o intensi. Come ho fatto a non scrivere l’odore delle onde tettoniche di grano tagliato, un odore quasi tattile di pula e sole? E le zaffate di basilico, di menta, di ginestre che ci hanno tagliato la strada continuamente? Mi faccio queste annotazioni vocali mentre Leone ripara la bici a Elisa, la nostra piccola grande ciclista che scala i pendii con un piglio da libellula. Abbiamo forato in un bosco molto bello di querce, frassini e carpini. Odore intenso di menta. È quella? Indaghiamo varie foglie, strofinandole tra i polpastrelli e portandoceli al naso. No, non è questa, senti? Sa a qualcosa tra la salvia e il basilico. Alessandra la trova, ecco senti? Menta, molto forte e particolare. Mi dicono che le mente sono un popolo, un esercito dalle sfumature fresche e variegate. Speriamo che questi profumi ci diano energia, quando la foratura sarà riparata e proseguiremo. Perché il boss, Dom D’Alelio, ci ha trascinati in una strada “provinciale” firmata Indiana Jones che, oltre ad aver perso il manto asfaltato – anzi, non del tutto, perché sassi taglienti e irregolari del sedime sono rimasti per farci dannare – ci gratifica con una serie di rilanci al cielo che in alcuni punti superano il venti per cento. Tocca smontare, sbuffare, tirare il fiato, o rimontare in sella e destreggiarsi come se si stesse pedalando su un cavo d’acciaio. Poi, finalmente – o purtroppo, perché la selva oscura era davvero bella – ci ritroviamo sull’Ofantina per più chilometri del previsto. I camion passano velocissimi e – a onor del vero – con sorpassi ampi e sicuri, anche se fastidiosi per noi. La destinazione è Cairano, di cui ci hanno detto meraviglie i mesothalassonauti che ci sono stati. Quando appare mi viene in mente una vecchia edizione Einaudi de “Le città invisibili” di Calvino, che aveva in copertina un quadro di Magritte raffigurante un masso sospeso in cielo sulla cui vetta ‘era una città, o un castello, adesso non ricordo. Sembra che un mare in tempesta si sia placato e l’ultima onda mostruosa si sia pietrificata poco prima di frangere. Tra la cresta e il cavo, in una sorta di nido tettonico, sta accovacciata Cairano. Il campanile spunta sui tetti delle case, buca il cielo in cui è immerso. Il gruppo è un po’ nervoso per il lungo tratto imprevisto sulla statale e l’appuntamento con il camion che ci porterà in vetta è al cimitero di Conza, come in un fumetto di Corto Maltese. Finalmente arriva il mezzo con Michele, il guidatore, e Dario, che ci accolgono con calore. Oltre alle bici Federica, Elisa e io chiediamo se è possibile salire sul cassone del carro. Sarà pericoloso e illegale, però è tanto bello. Ci sediamo sulla lamiera e siamo euforici come bambini alle giostre. Il camion arranca, ci sballotta di qua e di là fino a che parcheggia davanti alla stazione di Cairano. Il treno non c’è più, ma qui lo amano ancora. Dario dice che è un ponte caduto, un’assenza che le graminacee agitate dal vento caldo che s’insinuano nelle crepe dei marciapiedi rendono triste. Ma l’allegria viene dai nostri ospiti che hanno preparato a fianco della stazione – ma perché proprio qui? Per l’idea di partenza e arrivo? – un buffet di angurie, albicocche e frutta varia. Poi ci arrampichiamo di nuovo sul camion e Michele guida sicuro sul 20% della pendenza della strada che porta a questo resort per angeli che volano a bassa quota, o per uomini che amano le nuvole.

L’incontro è sulla piazza rotonda, un’agorà dei cieli quasi circolare su cui dei tigli rilasciano un fluido profumato. Quelli nel giardino di casa mia – fioriti un mese fa, ormai – sono silenziosi perché le api muoiono, questi sono una spugna piena di voli e di ronzii. La moria delle api. Qui no, qui è un’isola che spunta dal mare che sta di sotto, dove un’Atlantide sempre più silenziosa e inquinata sembra non preoccupare la gente più di tanto. Ci disponiamo in cerchio sotto le piante e con un panorama che dai settecento metri di Cairano è da parapendio. Dario Bavaro, partenopeo innamorato di questo paese mongolfiera, ci introduce. E, uno dopo l’altro, parliamo, raccontiamo. Domenico spiega l’anima e la prassi di Mesothalassia, e poi diciamo qualcosa tutti, raccontando quello che facciamo nella vita e cosa facciamo in questo pellegrinaggio da mare a mare, spiegando cosa sono l’acqua, il plancton, mostrando il mondo invisibile agli occhi a vecchi e a bambini attraverso gli oculari dei microscopi che abbiamo in dotazione. Ognuno insegna cose relative alla sua specialità, ma tutti imparano dalle specialità altrui. Poi impariamo molto dalla terra, dalla geografia che attraversiamo, dai siti archeologici e artistici che visitiamo seguendo questo asse idrico Ofanto-Sele. Domenico racconta della fila di persone, bambini e anziani che si fanno issare sul laboratorio mobile dove i nostri biologi fanno vedere la vita che si agita nei campioni di acqua che preleviamo nei siti che tocchiamo. La scienza praticata, mostrata e narrata: è questo uno dei motivi di questa spedizione, ovviamente incentrata sull’acqua.

Dalla sella di Conza la Luna comincia a salire. È piena e la valle è resa fosforescente dai suoi raggi, mentre i “microrganismi” luminosi dei paesi – pochi – si raggruppano qua e là in colonie, sospesi nel buio. Mangiamo in una trattoria familiare con i tavoli allineati sulla strada. Tutto fatto in casa o in orto, dalla pasta alle verdure cotte e crude, alla frutta. Gerardo e le sue figlie escono e entrano dalla cucina che si trova dall’altra parte della strada. Una specie di ristorante diffuso, insomma. Forse sono le pale eoliche che sfilano come giganti sui crinali che circondano questo immobile tsunami di pietra a ispirare dei Don Chisciotte, dei visionari che hanno scelto questo paese unico per le loro imprese che hanno un che di folle. Uno è di qui: è Franco Dragone, il creatore del Cirque du Soleil e impegnato ai quattro angoli della terra – letteralmente – a allestire teatri e spettacoli. A Macao, in Belgio, in Francia, a Las Vegas. Se ne andò dal paese negli anni cinquanta, bambino emigrante con la famiglia. La sua vita è unica, una narrazione affascinante. Dario Bavaro, il nostro anfitrione, è il suo complice e socio e organizza con lui eventi teatrali coinvolgendo gente del paese per la scrittura di copioni e per la realizzazione teatrale degli stessi. Ne sono scaturiti eventi eccezionali, sono state coinvolte persone da tutta Italia e oltre. Anche la figlia di Ruggero, che ci serve la raffica di pietanze, ha recitato con questo gigante dello spettacolo. È una ragazza semplice, di paese, ma l’esperienza ha lasciato in lei una traccia profonda. Ne parla con emozione. Dragone è nominato con affetto, gratitudine, rispetto.

… e noi stasera, siamo grati verso il mondo, caro Emilio… La serata si conclude con la consapevolezza di aver completato una parte importante del viaggio. Siamo ormai a metà e domani ci attende una intera giornata al Lago di Conza, paese ai piedi di quella testa di Capodoglio che è Cairano. Ci si congeda l’un l’altro con pacche affettuose e con ciao partecipati. Qualcuno ascende alla rupe per vedere la luna. Altri sono troppo stanchi per farlo. Siamo un grande team e forse, sotto sotto, ne siamo consapevoli fin dal primo giorno. Io (Dom), Davide, Andrea, Orazio e Francesca dormiamo in una isolata villetta che si trova quasi a fondovalle. Mentre i nostri videomaker raggiungono in furgone il remoto ma placido rifugio, noi tre dell’Ave Maria, ancora in tenuta d’ordinanza da questa mattina, scendiamo in bicicletta lungo la ripida discesa, alla sola luce della luna piena, con le lucciole a farci da spot di segnalazione, tanto per non farci perder la via. Dormo in un comodissimo letto, basso sul pavimento. Porto con me la prode JulyMoon e la osservo dal livello del letto soddisfatto, e non è la prima volta da quando siamo partiti. Silvia, poco prima, all’interno del cerchio magico all’ombra del tiglio della piazza di San Leone, argomentava emozionata sul rapporto di amore che aveva con la sua bici. Molti di noi in questo folle viaggio si trovano nelle stesse condizioni sentimentali… Ne abbiamo passate tante, io e JulyMoon, da quei primi di luglio del 2010, quando la comprai in un negozio di Bozen a prezzi di saldo dopo averle fatto la posta per circa un anno… Bardata come un mulo da soma, con borse dietro, davanti e un carrello appeso al culo, al di sopra di un posticcio sterrato, attendeva qualcuno che la liberasse da quel plastico giogo, asettico e “spolverato”, qualcuno che rendesse giustizia alla suo illustre lignaggio. Con il marchio di fuoco “wordtraveller”, per me è stata subito Luna Piena di Luglio. Stasera festeggio il suo compleanno. Dormiamo insieme, io e il cavallo di nero metallo, sotto una luna di sangue, che sale lenta e imponente, sopra il paese per aria…

Cairano2

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