Tappa 6 (parte prima) – Il piccolo uomo, dal piccolo paese… e il piccolo mondo

Veniam giù dalla rupe per una ripida discesa, qualcuno a rotta di collo, qualcun altro con un po’ di prudenza, tutti si fermano ad aspettare chi rimane indietro, frenato mentalmente dall’ormai limitato spessore dei pattini dei freni, messi a dura prova negli ultimi giorni dagli innumerevoli saliscendi apparecchiati ad arte dalla terra di mezzo tra i due mari. Arriviamo all’oasi WWF Lago di Conza, nel territorio di Conza della Campania, in una mezz’oretta di pedale, attraversando anche un tratto della famigerata Ofantina, nastro trasportatore d’asfalto per colonne di bisonti metallici rimpinzati e mai satolli di altro metallo, quello delle auto prodotte dallo stabilimento FIAT di Melfi.

All’oasi ci aspettano Filomena e Marcello, quest’ultimo responsabile del sito protetto, area umida sulle rive del lago artificiale, generato una ventina d’anni fa dallo sbarramento del corso dell’Ofanto con una diga oggi usata per la captazione idrica a fini d’irrigazione ma che forse un giorno darà altra acqua potabile alle aride regioni della costa adriatica. C’è poi anche Emanuela, la ragazza del boss (che sarei io, Dom… e mi scappa un ironico ghigno mentre scrivo…). Si unirà a noi per le prossime tappe, andando ad arricchire il piccolo plotone di thalassonauti furgonati. Per ora, Emanuela ha l’importante ruolo di rifornire le truppe di prodotti del territorio: pane di Montecalvo, caciocavallo irpino, marmellate biologiche, offerte da una piccola bottega di Atripalda (AV) il cui nome è tutto un programma: Le Delizie dei Briganti. Ma Emanuela ci porta anche un’altra cosa, che diventerà un po’ il fulcro attorno cui ruoterà buona parte delle vicende della mattina: un microscopio.

Arrivati all’oasi per parlare di scienza con un linguaggio adatto ad un pubblico non esperto, così come successo a Venosa, non troviamo ad aspettarci folle numerose. Su una panchina assediata dalla lavanda, troviamo però un plotoncino di piccoli umani in assetto d’esplorazione. Studenti della scuola elementare multi-classe di Cairano, sono in tutto tre, cappellino e zainetto d’ordinanza, due maschietti ed una femminuccia. Sono accompagnati dalla madre di uno di loro, ovvero il piccolo Fabrizio, che altri non è che il nipote di Ruggero, il nostro maitre della cena di ieri a Cairano. Ruggero ha portato sua figlia, Fabrizio e gli altri due bambini all’oasi, per vedere cose meravigliose, accogliendo così l’invito che gli avevamo porto durante la nostra scorpacciata. Fabrizio dichiara all’istante il suo desiderio di fare il biologo (!). Insomma, ci troviamo davanti niente meno che il 30% della popolazione infantile del Paese per Aria e il 30% di questo campione si dichiara favorevole alla promozione di una cultura naturalistica… Devo però dire che, lungo l’itinerario di Mesothalassia, Cairano è un paese molto particolare. E’ il comune che si è maggiormente spopolato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Quello che ritengo il centro di massa della terra tra i due mari, poco prima della linea immaginaria che li divide attraverso lo spartiacque dei bacini idrografici dell’Ofanto e del Sele, è quasi un paese deserto. Partito al giro di boa post-fascista con una popolazione di quasi duemila abitanti, è andato attraverso il boom economico degli anni ’50-’60 e il benessere dei ’70 ed ’80 perdendo costantemente pezzi di popolazione e arriva oggi a contare poco meno di trecento abitanti.

Prima di cominciare con il nostro show di Narratori della Scienza (ne leggerete a breve…), Filomena ci porta in giro per l’Oasi WWF, importante punto di sosta per gli uccelli migratori. Qui bivaccano addirittura le gru, durante il loro stagionale sali-scendi tra la Siberia e il Magreb. L’oasi è nata con il lago. Artificiale sì, ma anche di provvidenza per il Popolo Migratore. Offre loro cibo e riparo, una vera e propria “oasi”. I laghi sono questo per gli uccelli miratori: isole d’acqua dolce in un mare di terra. I bambini sono attratti dalle testuggini dell’oasi, dai volatili ospitati nelle voliere e che non possono essere rilasciati in natura perché non in grado di sopravvivere all’abbandono della cattività. Mentre Filomena conduce magistralmente la visita guidata, io faccio la spola tra l’interno e l’esterno, cercando di aiutare come posso i miei prodi ad allestire il campo di osservazione per il piccolo mondo. All’interno della piccola casa che ospita la sede dell’Oasi, si montano microscopi e si dispone sui tavoli materiale didattico su microflora e microfauna delle acque dolci. Modellini a palline (atomi) e stanghette (legami chimici) di molecole come acqua e zucchero. I bambini non sanno ancora cosa li aspetta.

La diffusione del verbo da parte nostra, oggi, spetta ad Alessandra ed Andrea. La prima parla al nostro piccolo pubblico, con grande intensità, di ecologia sensu lato e dell’importanza di osservare per lungo tempo ambienti come il lago che fa capolino dal finestrone della piccola sala conferenze dell’Oasi. Solo così, dice, si possono rilevare quei mutamenti in grado di segnalare che qualcosa sta cambiando, non solo nel lago, ma nel mondo in cui viviamo. Andrea, invece, si attacca alla breve introduzione di Ale “aggredendo” il piccolo pubblico come solo chi ha a che fare con in ragazzini tutti i giorni (Andrea insegna alle medie, dopo un lungo trascorso nella scienza) sa fare. “Allora bambini, lo sapete che cosa respiriamo?” Ossigeno. “E cosa buttiamo fuori dopo aver inspirato ossigeno?” Anidride carbonica. I bambini tengono il passo del gigante Andrea, alto quasi il doppio di loro.

“Lo sapete a cosa serve l’anidride carbonica?” Qui si va sul difficile… A costruire lo zucchero del quale noi stessi siamo fatti. La prima lezione è “costruiamo una molecola”. Andrea spiega ai bambini la fotosintesi mostrando loro, attraverso i modellini molecolari che ha portato, come si passa da sei molecole di anidride carbonica ad una di glucosio, rispettivamente, materia prima e prodotto finale della fotosintesi clorofilliana. I bambini staccano legami e dispongono atomi, lo fanno con le loro mani, imparano col gioco una delle reazioni chimiche fondamentali attorno le quali ruota la vita come la conosciamo sulla terra, quella basata su atomi di carbonio. La narrazione di Andrea è dinamica, interattiva, giocosa, efficace, efficiente sul piano del flusso di informazioni da una generazione all’altra. Andrea è un grande. Lo conobbi sei anni fa a San Michele all’Adige, in provincia di Trento. Tre anni in meno di me, questo gigante dalla faccia malinconica ma dal sorriso facile, stava ultimando il suo dottorato di ricerca in ecologia fluviale, con specializzazione in tassonomia del plancton d’acqua dolce, supervisionato da Nico Salmaso, che sarebbe stato il mio capo per un progetto di studio triennale sul plancton dei laghi a sud delle Alpi. Ci siamo presi bene all’istante, io e Andrea. Insieme a Paolo Gratton, romanaccio di Frascati ma mezzo giuliano (il nonno, anche lui Gratton, importante astronomo originario di Trieste), componevamo un trio affiatato di allegri alloctoni, in quella terra tratti dura, geologicamente e relazionalmente parlando, che è la Valle dell’Adige.

Ora guardo Andrea tenere la platea con un piccolo pubblico di piccoli umani, potenziale classe dirigente, chissà, di base in un paese meraviglioso che nessuno conosce e dal quale tutti fuggono. Quando l’ho chiamato per Mesothalassia, mi ha detto sì all’istante e sapevo che con lui sarei andato sul sicuro. Mi viene da piangere, ora, mentre lo vedo narrare ai bambini le vicende del plancton, quella strana entità che nessuno conosce, meravigliosa e sfuggente, come il loro paese. Andrea li mette in fila per altezza e si affianca a loro. “Io che sono un pesce grande mangio te che sei piccola” (la bimba, la più alta dei tre). Poi tu mangi lui che a sua volta mangia Fabrizio. E se io sono il pesce, voi siete il plancton. E Fabrizio, che è l’ultimo della fila, che cosa mangia?” Ci mettono poco a capire. Il piccolo Fabrizio, in alto le mani, da vero bimbo-alghetta, sporge verso il cielo in una mano la molecola di anidride carbonica e nell’altra quella di glucosio. Il bimbo capta l’energia della luce per fare fotosintesi. Fabrizio diventa il fulcro del mondo vivente, un produttore primario.

Lo show di Andrea prosegue con l’osservazione al microscopio del piccolo mondo. I bambini sono entusiasti di quello che vedono. Identificano piccoli esseri passando i loro occhi dagli obiettivi dello strumento alle figure sulla carta che mostriamo loro. Finiamo con una jam session dove tutti, piccoli e grandi (anch’essi solo tre, ovvero la mamma e il nonno di Fabrizio e il Maestro Dario Bavaro) toccano con mano un piccolo mondo, piccolo come Cairano, apparentemente insignificante come Cairano, ma dal quale tutto riparte, la vita e l’amore dell’uomo per il mondo di cui fa parte.

Alla fine della show di Andrea e dei suoi piccoli collaboratori, Fabrizio è letteralmente trascinato via dai parenti. Piange a dirotto, il piccolo aspirante scienziato. Fa male al cuore pensare che il piccolo non possa ammirare la natura, scoprire cose nuove di cui meravigliarsi, ogni benedetto giorno, come ad esempio i fortunati studenti di Andrea. Mi riprometto di tornare a trovarlo, io, un microscopio e una manciata di plancton. Tieni duro piccolo mio, teniamo duro. La rivoluzione si fa con le piccole cose, i piccoli uomini, nei piccoli paesi. Insieme ce la faremo.

DomLaboratorio

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...