Tappa 10 – Testimoni, al cospetto di Dohrn

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Ischia dei miracoli. Scendo in strada e trovo tutti, ma proprio tutti, già pronti per partire. Sono quasi le 6:30, il traghetto per Napoli parte alle 7 in punto. Nei giorni di viaggio è stato sempre molto difficile rispettare l’orario mattutino. Io ero tra i primi ad alzarmi, tra i primi a rompere le scatole a chi ancora dormiva (vero Davide?), svegliato dal sacro fuoco della scrittura. One shot, scritto e pubblicato. Mai giocare d’azzardo con l’oblio. Lasci andare una sensazione e quella scappa e non la vedi più, altro che scriverla. Per me era facile alzarmi e prepararmi, anche se molte volte ho fatto io stesso tardi, con le mani legate al computer in un abbraccio di fuoco. Oggi, invece, alzarmi mi pesa: le gambe di un elefante in un oceano di melassa. I miei compagni sono svegli, attivi e mi sembrano frementi di partire per Napoli… non sanno cosa li aspetta… Da quando abbiamo lasciato Marina di Petacciato, ormai più di una settimana fa, l’unica grande città incontrata è stata Salerno, peraltro di domenica, in un giorno a traffico zero. Napoli feriale è il caos totale.

Traghetto. Salutiamo Ischia dal ponte più alto. Mi viene da alzare la mano e di muoverla da destra a sinistra, immaginando la banchina gremita di pubblico che omaggia i Mesothalassonauti alla loro partenza, con le pupille ancora cariche delle meraviglie dei micromondi acquatici loro svelati. Che bello sarebbe se la scienza fosse portata in giro come un circo. Accorrete, signore e signori, il grande spettacolo del plancton, il motore della terra, racchiuso in una goccia d’acqua! Vegetali, animali ed altri esserini che – meraviglia! – sono un po’ l’uno e un po’ l’altro… Accorrete gente, accorrete al micro-safari!!!! Immaginar non costa niente e fa bene allo spirito. Immaginare è destare curiosità assopita. La scienza e il gioco si avvalgono degli stessi motori. E cos’è la scienza se non un gioco dell’intelletto? Continuiamo così…

Il tratto è breve. Il mare che separa l’Isola Verde dalla Capitale del Regno delle Due Sicilie. C’è chi dorme – molti – , chi riflette o forse addirittura medita e chi lavora al computer, come il sottoscritto, giunto ormai alla terza riedizione del reportage del nostro viaggio. Versione più snella delle prime due, ma con pensieri e riflessioni (su come comunicare la scienza) ormai emancipati e catapultati tra sequenze di foto con ordine logico. Tira un’aria di resa dei conti. La Torre d’Avorio è venuta giù a pezzi, durante il nostro viaggio, basta leggere i post precedenti. Io e i miei amici scienziati narranti e felicitanti (parafrasando il Maestro Dario Bavaro) ci siamo messi in gioco, totalmente. Abbiamo stanato la curiosità della gente verso le sconosciute meraviglie della natura fin nei più reconditi anfratti dell’universo-mondo (di mezzo tra i mari). Cercammo l’uomo come Diogene. L’uomo onesto, senza preconcetti sulla relativa importanza delle cose. E spesso, l’uomo che trovammo, quello con cui parlare, era di età inoltrata… oppure scolare…

Napoli. Un paio di nostre giovani colleghe (Mariapaola e Laura) ci vengono a prendere al molo, in bicicletta, e ci scortano fino alla sede della Stazione Zoologica, in Villa Comunale. Ci accoglie un piccolo comitato di benvenuto, anche qui colleghi. Ora è davvero finita. Parcheggiamo le bici nel cortile dell’Acquario. Siamo tutti un po’ spaesati. Per quello che mi riguarda, mi sento quasi in imbarazzo ad arrivare da “turista” sul posto di lavoro. Non è cosa di tutti i giorni avere tra le proprie mansioni l’organizzazione di un viaggio in bicicletta… E questa considerazione ne fa esplodere in me immediatamente un’altra, piuttosto inquietante…

Sono assolutamente consapevole del fatto che la nostra esperienza abbia generato perlomeno stupore in molti miei colleghi. Del resto, la profetica Concetta Mattia, Presidente della Proloco di Caposele, ci diceva in maniera schietta e dal centro di un mondo che di certo non era il nostro “…cominciano poi ad arrivare i primi feedback; la gente si chiede perché avete fatto questo (un viaggio in bici) e non altro, come ad esempio conferenze…” Mi figuro cosa mai abbiano pensato i miei colleghi… Di certo un cammino da missionari della scienza non è una presentazione ad un congresso internazionale, magari di un lavoro pubblicato su Science… Ma chi ci ha seguiti dall’inizio avrà di certo capito che attorno all’abbattimento del muro tra “chi parla e chi ascolta” ruota buona parte del successo di una strategia di divulgazione (scientifica)… e divulgare le nostre ricerche e far comprendere al popolo il loro significato è di vitale importanza per la nostra sopravvivenza (quella di noi, i cosiddetti scienziati…).

Mesothalassia si chiude nella Sala degli Affreschi della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Il mio reportage, con le splendide foto di Antonio Bergamino, è preceduto dai saluti del Presidente Roberto Danovaro, del coordinatore LTER Giorgio Matteucci e del vice-coordinatore Maria Grazia Mazzocchi. La sala trasuda storia, parlo circondato da affreschi che narrano vicende coeve alla fondazione dell’istituto. Sulla mia testa fa capolino il busto di Anton Dohrn, visionario mecenate tedesco che intuì che sulle rive del Golfo di Napoli, una delle città più grandi e vive dell’Ottocento, la scienza potesse unirsi in un fecondo abbraccio con l’intrattenimento. La Stazione Zoologica, fondata nella seconda metà del 1800 per essere un presidio di ospitalità per scienziati di tutta Europa, si dotò fin dal principio di un acquario didattico-ricreativo che nei progetti di Dohrn doveva garantire introiti e provvedere sussistenza alla Stazione stessa.

Mentre parlo guardo la sala, pochi i colleghi accorsi. E’ davvero un peccato. Ma, mentre parlo del signor Biscotti di Lesina, del piccolo Fabrizio di Cairano e di tutti quei piccoli grandi interlocutori con i quali io e i miei prodi talassonauti ci siamo imbattuti nella passata decina di giorni, capisco che ne è valsa la pena. Scendere dalla Torre d’Avorio, rendere il mondo più piccolo facendo sì che le informazioni scientifiche si trasferiscano in maniera diretta da chi le colleziona a chi le ignora, diventare missionari della scienza. Tra i colleghi venuti all’incontro, parecchi annuiscono, capiscono il senso delle mie parole. Oggi siamo in 10, dopodomani, forse, in 10000.

Il pomeriggio è ancora plancton. Le nostre colleghe Iole ed Isabella ci illustrano al microscopio gli organismi campionati del Golfo la mattina stessa. La piccola Elisa Tarozzi segue con grande interesse. Pochi giorni fa, durante una pedalata al tramonto nei pressi della diga di Conza, suo papà Leone si era detto preoccupato per la piccola Elisa, quattordici anni, la più piccola al seguito di Mesothalassia. Aveva paura che non riuscisse ad ambientarsi nel gruppo, non fosse in grado di mantenere i ritmi del viaggio e della manifestazione itinerante che il circo di talassonauti avrebbe portato in giro. Invece non è stato così. “La Eli è una cartina di tornasole. Se qualcosa non va, lei te lo mostra subito…” con la schiettezza di una piccola adolescente, “… e fin dai primi giorni l’ho vista felice, divertirsi, parlare con tutti e incuriosirsi alle cose che venivano fatte durante gli eventi. Ha cominciato a preoccuparsi dei giorni che mancavano alla fine del viaggio fin dalle prime pedalate… e non perché fosse stanca! Perché era dispiaciuta che il viaggio finisse!” Durante le nostre migrazioni a pedali, ho visto Elisa leggera sui pedali come una libellula, anche lungo le salite più dure e, con la stessa leggerezza, appoggiare gli occhi ad un microscopio dopo decine di chilometri percorsi senza mai lamentarsi. Ora che li vedo, lei e il papà Leone, cara ed imperturbabile guida del nostro viaggio, sono felice e triste allo stesso tempo. Felice, perché nel loro rapporto c’è un po’ la sintesi dello spirito di comunione che si è instaurato tra noi viaggiatori, anche tra persone che, a differenza loro, non sono legati da parentela. Triste, perché questa sintonia, da domani, mi mancherà tantissimo.

La seduta di osservazione del plancton si chiude con Elisa che chiede a destra e manca consigli su un libro sul plancton. Le dico che uno che le spieghi in maniera semplice cosa il plancton faccia di tanto importante sul pianeta terra, cosa combinino nel loro piccolo mondo questi esserini microscopici ininterrottamente impegnati in drammatiche battaglie per la sopravvivenza come gli animali della savana, un libro divulgativo su cosa sia il plancton, insomma, ancora non è stato scritto. Ci sono testi complicati, accademici, in inglese, oppure totalmente fotografici, molto belli, ma che hanno la funzione di un album di cucina senza ricette… Se mai riuscirò a scrivere un libro divulgativo sul plancton, Elisa sarà la mia prima “correttrice di bozze”.

Di nuovo Sala degli Affreschi. Marina Montresor ci porta di nuovo nel mondo del plancton con una presentazione tanto semplice quanto chiara che traccerebbe un canovaccio ideale per un libro come quello di cui sopra. Poi è la volta di Massimiliano Maja, archivista della Stazione Zoologica. Nonostante io bazzichi in Stazione da più di una decina d’anni, anche se con un po’ di interruzioni, è la prima volta che assisto ad una comunicazione di Massimiliano. Con le sue parole calde, il tono di partecipazione e le immagini d’antan che scorrono sullo schermo a muro, Massimiliano cala una lectio magistralis su Dohrn e la Stazione, un excursus affascinante sulle vicende note e meno note che hanno costellato la storia dell’istituto, dalla sua fondazione ai tempi moderni. Gli affreschi in sala sembrano prendere vita. Respiriamo la storia nella polvere dei libri stipati negli scaffali. Subiamo, io ed Emilio, il fascino di questa sintesi storiografica tra umanesimo e scienza, cosa della quale tanto abbiamo parlato negli ultimi giorni, cosa che tanto manca alla scienza materialista di oggi, cosa che tanto servirebbe a rilanciare la narrazione del significato delle cose della natura con un linguaggio accessibile a tutti. La comunicazione di Massimiliano andrebbe mostrata a tutti gli studenti che si apprestano a compiere il loro cammino educativo in Stazione Zoologica, invece rimane nelle nostre menti, per ora, custodita nello spesso strato di malinconia che le fodera.

Sera. Ceniamo tutti insieme, noi viaggiatori e i basisti della Stazione. Riesco a parlare con Emilio solo per pochi secondi. Scappo via trattenendo il magone. Durante questo viaggio, ho avuto la fortuna di conoscerlo in maniera tutt’altro che superficiale e di condividere con lui momenti che mi sono molto cari, momenti di “meditazione letteraria”. Conosco Emilio attraverso i suoi libri da più di dieci anni ed è uno dei miei scrittori preferiti. I suoi libri sono diari dell’anima e memorie del ricordo antecedente il viaggio stesso, più che descrizioni di itinerari. Forse per questo motivo mi ha colpito sin dal principio. Non tutti gli scrittori di viaggio hanno questa caratteristica. In quel piccolo capolavoro che è Minima Pedalia, Emilio è riuscito a scrivere il diario di un viaggio durato un anno durante il quale ha percorso una distanza pari al periplo della Terra, pur rimanendo sempre nella stessa regione. Sapevo fin da prima di incontrarlo a Marina di Petacciato che sarebbe stato sensibile al taglio che avrei voluto dare alla narrazione di Mesothalassia, attraverso il blog. E, nota non da poco, mi ha totalmente devastato la naturalezza con cui lui, che almeno un po’ di libri li ha pubblicati (a differenza mia…), ha acconsentito a stilare a quattro mani con un perfetto sconosciuto un blog che, per quanto piccolo, di breve durata e dalla scarsa diffusione, è stato reso pubblico sul web. Partendo da questo blog, Io ed Emilio scriveremo un libro su Mesothalassia. Ancora non ci credo.

Durante la cena non parlo molto, ma osservo e percepisco. Che gruppo che ho tirato su. Sì. Adesso lo posso dire. Mi prendo il merito di aver aggregato persone tanto diverse quanto complementari, tanto distanti geograficamente quanto vicine negli intenti del nostro pazzo viaggio da missionari della scienza. Ho fatto da hub tra un geniaccio della comunicazione del web come Davide e un fuoriclasse della comunicazione della scienza come Andrea, tra lo zen fotografico di Antonio e la tranquillizzante pacatezza di Leone, tra la sensibilità di Alessandra e la determinazione di Silvia… ecc… ecc…

Non mi va proprio di chiudere questo pezzo. Sinceramente triste o pomposamente trionfale, sarei comunque di troppo alle parole che io ed Emilio abbiamo lasciato in questo ambiente virtuale e che vi invito a rileggere ancora… Preferisco lasciare tutto in sospeso… nella speranza che i Mesothalassionauti si riuniscano a breve…

La cronaca del viaggio si è conclusa con il post di oggi, ma Mesothalassia continua, ancora per un po’ su questo blog, almeno fino al nostro evento ad EXPO del 29 luglio, che vi racconteremo, prima durante e dopo.

Buonanotte a tutti e buon cammino, brava gente!

Dom

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