Verso EXPO: tornare indietro, per andare avanti

Galleria lunghissima. Avvolto nell’atmosfera d’ovatta di un frecciarossa che punta Milano tagliando l’Italia per longitudine. Cipressi fuori dal tunnel. Grigi viadotti e corsi d’acqua d’argento, appartati, entro mura di verde, riparati dal cemento. Colline. Cupole di chiese. Case basse. Campo di Marte. Ma quanto varia ed evocativa è l’Italia!

Sono partito stamattina da Napoli con il treno delle 7:40. Poca gente. Nessuno che sia in viaggio per lavoro. O almeno così mi pare. Ma forse nemmeno per vacanza. Viaggiatori a flusso invertito. Estate è rotta a sud e mare. Per chi può.

Entriamo in Firenze e Chris Martin nelle mie cuffie mi invita a “let’s go back to the start…” e sai che “nobody said it was easy”. La canzone è “The Scientist” e viene fuori dai chip di un tablet con un suono freddo, come quello del gruppo che la suona. Andare avanti vuol dire tornare con la mente indietro, in un continuo processo di analisi del passato e ri-orientamento verso il futuro. E’ quello che la vita fa da una manciata di miliardi di anni. Lo fanno i batteri mentre esplorano il loro ambiente in cerca di un sostrato sul quale insediarsi e sfamarsi. Lo fa l’uomo con la riflessione e l’immaginazione che la completa. Il presente è un attimo, cerchiamo di coglierlo, come ci ha insegnato un figlio di Venosa al nostro passaggio attorno alla sua statua nella città sul tauriforme fiume. Un istante durato un tempo lunghissimo, girotondo di bici guidato da Minutiello. Il mio presente è ora un treno e delle dita che battono con frenesia su una tastiera per stare dietro ai pensieri.

Andiamo a Milano. Ad EXPO. A parlare di Mesothalassia. Una esperienza che ha segnato, non solo me, ma tanti altri miei compagni di viaggio. L’ho avvertito nei messaggi che ci siamo scambiati da tre settimane a questa parte, nell’intensità con la quale Orazio e Francesca hanno raccolto emozioni a mezzo video, Antonio ha “com-patito” (nella accezione più profonda del termine) il mo stato mentale, nel concepire un reportage che lui ha corredato con immagini totalmente perfette sul piano tecnico quanto limpidamente correlate alle mie parole. Emilio, che viaggia ancora, lungo la rugosa dorsale sarda, non pago di Mesothalassia o forse perché da quest’ultima innescato pericolosamente verso una dimensione dalla quale non vuole più uscire. Lo sento via sms una volta alla settimana. Con lentezza e ad una cadenza d’altri tempi. Avverto cambiamenti in lui che mi piacerà esplorare al suo ritorno. Andrea. Fra poco parte per il Perù insieme alla la sua compagna Francesca. Siamo in piena sintonia, come non lo eravamo stati quando a Trento, ormai più di tre anni fa, ci vedevamo quasi ogni giorno. E poi tante altre sensazioni, su tutti i talassonauti, che tengo per me perché questo blog è e vorrei rimanesse un forum pubblico (o almeno questa è l’intenzione… ma non è detto che ce la farò…).

Torniamo indietro dunque, come dice la canzone . Scorro la presentazione che io e Antonio abbiamo preparato e che domani mostreremo ad un pubblico, si spera, interessato, qualsiasi sia la sua dimensione. Qualitativa e quantitativa. Se c’è una cosa che ho imparato da Mesothalassia è che non basta fare una cosa. Affinché questa sia utile è necessario che abbia una risonanza. Quel genio di Bulgakov non avrebbe regalato al mondo un capolavoro come Maestro e Margherita se questo non fosse stato scoperto e pubblicato, tempo dopo la morte del suo autore. Insomma. Tutto questo bisogno di condividere sui social, mania dalla quale io nemmeno mi esimo, nasce dal bisogno di comunicare. Senza comunicazione, il pensiero implode nel caos che lo ha generato. Corto circuito. L’umanità non va più avanti.

I pensieri e le parole mi portano in pianura padana, mia terra d’origine. Siamo già qui. Ricordo quando da figlio di emigrati dal sud si tornava ad agosto in macchina “al paese”. Testa contro piedi. Stesi sul sedile posteriore. Io e mia sorella. L’alba del giorno dopo. Papà che si era fatto mille km guidando di notte per non trovare traffico. Mamma che ci svegliava per non farci perdere la magia della luce che trasforma la notte in giorno. Le albe più belle della mia vita. Oggi si viaggia alla velocità di un frecciarossa. Il sole è alto quando parti, alto quando arrivi. Altra immagine. Una figura incappucciata su di una panchina avvolta nelle brume del lago di Conza. E’ Dario Bavaro, sceso da Cairano alle quattro della notte per godersi la magia, mentre il sole prende servizio venendo su da dietro alla gobba del paese per aria. Allora c’è speranza. In un mondo che viaggia a 300 all’ora, qualcuno si ferma ad osservare.

Le immagini. I pensieri. Tutto che torna allo start. All’inizio. Organizzare un cammino che unisca due siti dove s conduce ricerca ecologica a lungo termine. Un cammino che porti scienziati e cittadini a condividere un percorso e quello stato mentale che noi conosciamo tanto. Quella sorta di orgasmo che genera lo stupore indotto da una scoperta, come osservare una banda (proprio quella giusta) che compare e corre su un gel di elettroforesi. Come trovare al microscopio una specie che mai prima si era osservata. Come catturare ed inanellare, per seguirne il percorso da remoto, un uccello migratore. Come la magia di una coerenza che appare dietro l’apparente caos di una infinità di punti sperimentali raccolti sopra un plot. Lo scienziato è un bambino. Cerca emozioni. Anche questo ho scritto, anche se non proprio così, nella presentazione che farò domani. Ed è forse proprio per questo motivo che i nostri interlocutori principali, quelli interessati, in maniera “disinteressata”, durante il nostro viaggio di divulgazione, sono stati proprio i bambini. La scienza e il gioco si avvalgono dello stesso motore propulsivo. La curiosità. Ed hanno lo stesso fine: la meraviglia.

Sono quasi a Milano. La mia città. Non posso più scrivere. Ma forse nemmeno voglio. I pensieri sovrastano le parole e bombardano le connessioni neurali. Credo che mi fermerò qui, per ora. Ma prevedo di scrivere ancora, e molto, in questi due giorni all’evento dell’anno per la società “estesa” (solo perché la società estesa non ha assistito alla meraviglia che ha assalito Fabrizio, il piccolo uomo di Cairano, alla vista del plancton….).

Dedico questo post ai miei amici di viaggio. Alla mia famiglia, della quale questi ultimi ormai fanno parte. E lo dedico anche a me, che più e più volte ho deciso di abbandonare la ricerca, questo stato di equilibrio precario, sul filo di un rasoio fatto di meraviglia, sospeso sopra un oceano di stenti. E più e più volte, su quella decisione, sono tornato indietro.

A più tardi, da EXPO.

Dom

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