Verso EXPO: tornare indietro, per andare avanti

Galleria lunghissima. Avvolto nell’atmosfera d’ovatta di un frecciarossa che punta Milano tagliando l’Italia per longitudine. Cipressi fuori dal tunnel. Grigi viadotti e corsi d’acqua d’argento, appartati, entro mura di verde, riparati dal cemento. Colline. Cupole di chiese. Case basse. Campo di Marte. Ma quanto varia ed evocativa è l’Italia!

Sono partito stamattina da Napoli con il treno delle 7:40. Poca gente. Nessuno che sia in viaggio per lavoro. O almeno così mi pare. Ma forse nemmeno per vacanza. Viaggiatori a flusso invertito. Estate è rotta a sud e mare. Per chi può.

Entriamo in Firenze e Chris Martin nelle mie cuffie mi invita a “let’s go back to the start…” e sai che “nobody said it was easy”. La canzone è “The Scientist” e viene fuori dai chip di un tablet con un suono freddo, come quello del gruppo che la suona. Andare avanti vuol dire tornare con la mente indietro, in un continuo processo di analisi del passato e ri-orientamento verso il futuro. E’ quello che la vita fa da una manciata di miliardi di anni. Lo fanno i batteri mentre esplorano il loro ambiente in cerca di un sostrato sul quale insediarsi e sfamarsi. Lo fa l’uomo con la riflessione e l’immaginazione che la completa. Il presente è un attimo, cerchiamo di coglierlo, come ci ha insegnato un figlio di Venosa al nostro passaggio attorno alla sua statua nella città sul tauriforme fiume. Un istante durato un tempo lunghissimo, girotondo di bici guidato da Minutiello. Il mio presente è ora un treno e delle dita che battono con frenesia su una tastiera per stare dietro ai pensieri.

Andiamo a Milano. Ad EXPO. A parlare di Mesothalassia. Una esperienza che ha segnato, non solo me, ma tanti altri miei compagni di viaggio. L’ho avvertito nei messaggi che ci siamo scambiati da tre settimane a questa parte, nell’intensità con la quale Orazio e Francesca hanno raccolto emozioni a mezzo video, Antonio ha “com-patito” (nella accezione più profonda del termine) il mo stato mentale, nel concepire un reportage che lui ha corredato con immagini totalmente perfette sul piano tecnico quanto limpidamente correlate alle mie parole. Emilio, che viaggia ancora, lungo la rugosa dorsale sarda, non pago di Mesothalassia o forse perché da quest’ultima innescato pericolosamente verso una dimensione dalla quale non vuole più uscire. Lo sento via sms una volta alla settimana. Con lentezza e ad una cadenza d’altri tempi. Avverto cambiamenti in lui che mi piacerà esplorare al suo ritorno. Andrea. Fra poco parte per il Perù insieme alla la sua compagna Francesca. Siamo in piena sintonia, come non lo eravamo stati quando a Trento, ormai più di tre anni fa, ci vedevamo quasi ogni giorno. E poi tante altre sensazioni, su tutti i talassonauti, che tengo per me perché questo blog è e vorrei rimanesse un forum pubblico (o almeno questa è l’intenzione… ma non è detto che ce la farò…).

Torniamo indietro dunque, come dice la canzone . Scorro la presentazione che io e Antonio abbiamo preparato e che domani mostreremo ad un pubblico, si spera, interessato, qualsiasi sia la sua dimensione. Qualitativa e quantitativa. Se c’è una cosa che ho imparato da Mesothalassia è che non basta fare una cosa. Affinché questa sia utile è necessario che abbia una risonanza. Quel genio di Bulgakov non avrebbe regalato al mondo un capolavoro come Maestro e Margherita se questo non fosse stato scoperto e pubblicato, tempo dopo la morte del suo autore. Insomma. Tutto questo bisogno di condividere sui social, mania dalla quale io nemmeno mi esimo, nasce dal bisogno di comunicare. Senza comunicazione, il pensiero implode nel caos che lo ha generato. Corto circuito. L’umanità non va più avanti.

I pensieri e le parole mi portano in pianura padana, mia terra d’origine. Siamo già qui. Ricordo quando da figlio di emigrati dal sud si tornava ad agosto in macchina “al paese”. Testa contro piedi. Stesi sul sedile posteriore. Io e mia sorella. L’alba del giorno dopo. Papà che si era fatto mille km guidando di notte per non trovare traffico. Mamma che ci svegliava per non farci perdere la magia della luce che trasforma la notte in giorno. Le albe più belle della mia vita. Oggi si viaggia alla velocità di un frecciarossa. Il sole è alto quando parti, alto quando arrivi. Altra immagine. Una figura incappucciata su di una panchina avvolta nelle brume del lago di Conza. E’ Dario Bavaro, sceso da Cairano alle quattro della notte per godersi la magia, mentre il sole prende servizio venendo su da dietro alla gobba del paese per aria. Allora c’è speranza. In un mondo che viaggia a 300 all’ora, qualcuno si ferma ad osservare.

Le immagini. I pensieri. Tutto che torna allo start. All’inizio. Organizzare un cammino che unisca due siti dove s conduce ricerca ecologica a lungo termine. Un cammino che porti scienziati e cittadini a condividere un percorso e quello stato mentale che noi conosciamo tanto. Quella sorta di orgasmo che genera lo stupore indotto da una scoperta, come osservare una banda (proprio quella giusta) che compare e corre su un gel di elettroforesi. Come trovare al microscopio una specie che mai prima si era osservata. Come catturare ed inanellare, per seguirne il percorso da remoto, un uccello migratore. Come la magia di una coerenza che appare dietro l’apparente caos di una infinità di punti sperimentali raccolti sopra un plot. Lo scienziato è un bambino. Cerca emozioni. Anche questo ho scritto, anche se non proprio così, nella presentazione che farò domani. Ed è forse proprio per questo motivo che i nostri interlocutori principali, quelli interessati, in maniera “disinteressata”, durante il nostro viaggio di divulgazione, sono stati proprio i bambini. La scienza e il gioco si avvalgono dello stesso motore propulsivo. La curiosità. Ed hanno lo stesso fine: la meraviglia.

Sono quasi a Milano. La mia città. Non posso più scrivere. Ma forse nemmeno voglio. I pensieri sovrastano le parole e bombardano le connessioni neurali. Credo che mi fermerò qui, per ora. Ma prevedo di scrivere ancora, e molto, in questi due giorni all’evento dell’anno per la società “estesa” (solo perché la società estesa non ha assistito alla meraviglia che ha assalito Fabrizio, il piccolo uomo di Cairano, alla vista del plancton….).

Dedico questo post ai miei amici di viaggio. Alla mia famiglia, della quale questi ultimi ormai fanno parte. E lo dedico anche a me, che più e più volte ho deciso di abbandonare la ricerca, questo stato di equilibrio precario, sul filo di un rasoio fatto di meraviglia, sospeso sopra un oceano di stenti. E più e più volte, su quella decisione, sono tornato indietro.

A più tardi, da EXPO.

Dom

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Tappa 10 – Testimoni, al cospetto di Dohrn

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Ischia dei miracoli. Scendo in strada e trovo tutti, ma proprio tutti, già pronti per partire. Sono quasi le 6:30, il traghetto per Napoli parte alle 7 in punto. Nei giorni di viaggio è stato sempre molto difficile rispettare l’orario mattutino. Io ero tra i primi ad alzarmi, tra i primi a rompere le scatole a chi ancora dormiva (vero Davide?), svegliato dal sacro fuoco della scrittura. One shot, scritto e pubblicato. Mai giocare d’azzardo con l’oblio. Lasci andare una sensazione e quella scappa e non la vedi più, altro che scriverla. Per me era facile alzarmi e prepararmi, anche se molte volte ho fatto io stesso tardi, con le mani legate al computer in un abbraccio di fuoco. Oggi, invece, alzarmi mi pesa: le gambe di un elefante in un oceano di melassa. I miei compagni sono svegli, attivi e mi sembrano frementi di partire per Napoli… non sanno cosa li aspetta… Da quando abbiamo lasciato Marina di Petacciato, ormai più di una settimana fa, l’unica grande città incontrata è stata Salerno, peraltro di domenica, in un giorno a traffico zero. Napoli feriale è il caos totale.

Traghetto. Salutiamo Ischia dal ponte più alto. Mi viene da alzare la mano e di muoverla da destra a sinistra, immaginando la banchina gremita di pubblico che omaggia i Mesothalassonauti alla loro partenza, con le pupille ancora cariche delle meraviglie dei micromondi acquatici loro svelati. Che bello sarebbe se la scienza fosse portata in giro come un circo. Accorrete, signore e signori, il grande spettacolo del plancton, il motore della terra, racchiuso in una goccia d’acqua! Vegetali, animali ed altri esserini che – meraviglia! – sono un po’ l’uno e un po’ l’altro… Accorrete gente, accorrete al micro-safari!!!! Immaginar non costa niente e fa bene allo spirito. Immaginare è destare curiosità assopita. La scienza e il gioco si avvalgono degli stessi motori. E cos’è la scienza se non un gioco dell’intelletto? Continuiamo così…

Il tratto è breve. Il mare che separa l’Isola Verde dalla Capitale del Regno delle Due Sicilie. C’è chi dorme – molti – , chi riflette o forse addirittura medita e chi lavora al computer, come il sottoscritto, giunto ormai alla terza riedizione del reportage del nostro viaggio. Versione più snella delle prime due, ma con pensieri e riflessioni (su come comunicare la scienza) ormai emancipati e catapultati tra sequenze di foto con ordine logico. Tira un’aria di resa dei conti. La Torre d’Avorio è venuta giù a pezzi, durante il nostro viaggio, basta leggere i post precedenti. Io e i miei amici scienziati narranti e felicitanti (parafrasando il Maestro Dario Bavaro) ci siamo messi in gioco, totalmente. Abbiamo stanato la curiosità della gente verso le sconosciute meraviglie della natura fin nei più reconditi anfratti dell’universo-mondo (di mezzo tra i mari). Cercammo l’uomo come Diogene. L’uomo onesto, senza preconcetti sulla relativa importanza delle cose. E spesso, l’uomo che trovammo, quello con cui parlare, era di età inoltrata… oppure scolare…

Napoli. Un paio di nostre giovani colleghe (Mariapaola e Laura) ci vengono a prendere al molo, in bicicletta, e ci scortano fino alla sede della Stazione Zoologica, in Villa Comunale. Ci accoglie un piccolo comitato di benvenuto, anche qui colleghi. Ora è davvero finita. Parcheggiamo le bici nel cortile dell’Acquario. Siamo tutti un po’ spaesati. Per quello che mi riguarda, mi sento quasi in imbarazzo ad arrivare da “turista” sul posto di lavoro. Non è cosa di tutti i giorni avere tra le proprie mansioni l’organizzazione di un viaggio in bicicletta… E questa considerazione ne fa esplodere in me immediatamente un’altra, piuttosto inquietante…

Sono assolutamente consapevole del fatto che la nostra esperienza abbia generato perlomeno stupore in molti miei colleghi. Del resto, la profetica Concetta Mattia, Presidente della Proloco di Caposele, ci diceva in maniera schietta e dal centro di un mondo che di certo non era il nostro “…cominciano poi ad arrivare i primi feedback; la gente si chiede perché avete fatto questo (un viaggio in bici) e non altro, come ad esempio conferenze…” Mi figuro cosa mai abbiano pensato i miei colleghi… Di certo un cammino da missionari della scienza non è una presentazione ad un congresso internazionale, magari di un lavoro pubblicato su Science… Ma chi ci ha seguiti dall’inizio avrà di certo capito che attorno all’abbattimento del muro tra “chi parla e chi ascolta” ruota buona parte del successo di una strategia di divulgazione (scientifica)… e divulgare le nostre ricerche e far comprendere al popolo il loro significato è di vitale importanza per la nostra sopravvivenza (quella di noi, i cosiddetti scienziati…).

Mesothalassia si chiude nella Sala degli Affreschi della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Il mio reportage, con le splendide foto di Antonio Bergamino, è preceduto dai saluti del Presidente Roberto Danovaro, del coordinatore LTER Giorgio Matteucci e del vice-coordinatore Maria Grazia Mazzocchi. La sala trasuda storia, parlo circondato da affreschi che narrano vicende coeve alla fondazione dell’istituto. Sulla mia testa fa capolino il busto di Anton Dohrn, visionario mecenate tedesco che intuì che sulle rive del Golfo di Napoli, una delle città più grandi e vive dell’Ottocento, la scienza potesse unirsi in un fecondo abbraccio con l’intrattenimento. La Stazione Zoologica, fondata nella seconda metà del 1800 per essere un presidio di ospitalità per scienziati di tutta Europa, si dotò fin dal principio di un acquario didattico-ricreativo che nei progetti di Dohrn doveva garantire introiti e provvedere sussistenza alla Stazione stessa.

Mentre parlo guardo la sala, pochi i colleghi accorsi. E’ davvero un peccato. Ma, mentre parlo del signor Biscotti di Lesina, del piccolo Fabrizio di Cairano e di tutti quei piccoli grandi interlocutori con i quali io e i miei prodi talassonauti ci siamo imbattuti nella passata decina di giorni, capisco che ne è valsa la pena. Scendere dalla Torre d’Avorio, rendere il mondo più piccolo facendo sì che le informazioni scientifiche si trasferiscano in maniera diretta da chi le colleziona a chi le ignora, diventare missionari della scienza. Tra i colleghi venuti all’incontro, parecchi annuiscono, capiscono il senso delle mie parole. Oggi siamo in 10, dopodomani, forse, in 10000.

Il pomeriggio è ancora plancton. Le nostre colleghe Iole ed Isabella ci illustrano al microscopio gli organismi campionati del Golfo la mattina stessa. La piccola Elisa Tarozzi segue con grande interesse. Pochi giorni fa, durante una pedalata al tramonto nei pressi della diga di Conza, suo papà Leone si era detto preoccupato per la piccola Elisa, quattordici anni, la più piccola al seguito di Mesothalassia. Aveva paura che non riuscisse ad ambientarsi nel gruppo, non fosse in grado di mantenere i ritmi del viaggio e della manifestazione itinerante che il circo di talassonauti avrebbe portato in giro. Invece non è stato così. “La Eli è una cartina di tornasole. Se qualcosa non va, lei te lo mostra subito…” con la schiettezza di una piccola adolescente, “… e fin dai primi giorni l’ho vista felice, divertirsi, parlare con tutti e incuriosirsi alle cose che venivano fatte durante gli eventi. Ha cominciato a preoccuparsi dei giorni che mancavano alla fine del viaggio fin dalle prime pedalate… e non perché fosse stanca! Perché era dispiaciuta che il viaggio finisse!” Durante le nostre migrazioni a pedali, ho visto Elisa leggera sui pedali come una libellula, anche lungo le salite più dure e, con la stessa leggerezza, appoggiare gli occhi ad un microscopio dopo decine di chilometri percorsi senza mai lamentarsi. Ora che li vedo, lei e il papà Leone, cara ed imperturbabile guida del nostro viaggio, sono felice e triste allo stesso tempo. Felice, perché nel loro rapporto c’è un po’ la sintesi dello spirito di comunione che si è instaurato tra noi viaggiatori, anche tra persone che, a differenza loro, non sono legati da parentela. Triste, perché questa sintonia, da domani, mi mancherà tantissimo.

La seduta di osservazione del plancton si chiude con Elisa che chiede a destra e manca consigli su un libro sul plancton. Le dico che uno che le spieghi in maniera semplice cosa il plancton faccia di tanto importante sul pianeta terra, cosa combinino nel loro piccolo mondo questi esserini microscopici ininterrottamente impegnati in drammatiche battaglie per la sopravvivenza come gli animali della savana, un libro divulgativo su cosa sia il plancton, insomma, ancora non è stato scritto. Ci sono testi complicati, accademici, in inglese, oppure totalmente fotografici, molto belli, ma che hanno la funzione di un album di cucina senza ricette… Se mai riuscirò a scrivere un libro divulgativo sul plancton, Elisa sarà la mia prima “correttrice di bozze”.

Di nuovo Sala degli Affreschi. Marina Montresor ci porta di nuovo nel mondo del plancton con una presentazione tanto semplice quanto chiara che traccerebbe un canovaccio ideale per un libro come quello di cui sopra. Poi è la volta di Massimiliano Maja, archivista della Stazione Zoologica. Nonostante io bazzichi in Stazione da più di una decina d’anni, anche se con un po’ di interruzioni, è la prima volta che assisto ad una comunicazione di Massimiliano. Con le sue parole calde, il tono di partecipazione e le immagini d’antan che scorrono sullo schermo a muro, Massimiliano cala una lectio magistralis su Dohrn e la Stazione, un excursus affascinante sulle vicende note e meno note che hanno costellato la storia dell’istituto, dalla sua fondazione ai tempi moderni. Gli affreschi in sala sembrano prendere vita. Respiriamo la storia nella polvere dei libri stipati negli scaffali. Subiamo, io ed Emilio, il fascino di questa sintesi storiografica tra umanesimo e scienza, cosa della quale tanto abbiamo parlato negli ultimi giorni, cosa che tanto manca alla scienza materialista di oggi, cosa che tanto servirebbe a rilanciare la narrazione del significato delle cose della natura con un linguaggio accessibile a tutti. La comunicazione di Massimiliano andrebbe mostrata a tutti gli studenti che si apprestano a compiere il loro cammino educativo in Stazione Zoologica, invece rimane nelle nostre menti, per ora, custodita nello spesso strato di malinconia che le fodera.

Sera. Ceniamo tutti insieme, noi viaggiatori e i basisti della Stazione. Riesco a parlare con Emilio solo per pochi secondi. Scappo via trattenendo il magone. Durante questo viaggio, ho avuto la fortuna di conoscerlo in maniera tutt’altro che superficiale e di condividere con lui momenti che mi sono molto cari, momenti di “meditazione letteraria”. Conosco Emilio attraverso i suoi libri da più di dieci anni ed è uno dei miei scrittori preferiti. I suoi libri sono diari dell’anima e memorie del ricordo antecedente il viaggio stesso, più che descrizioni di itinerari. Forse per questo motivo mi ha colpito sin dal principio. Non tutti gli scrittori di viaggio hanno questa caratteristica. In quel piccolo capolavoro che è Minima Pedalia, Emilio è riuscito a scrivere il diario di un viaggio durato un anno durante il quale ha percorso una distanza pari al periplo della Terra, pur rimanendo sempre nella stessa regione. Sapevo fin da prima di incontrarlo a Marina di Petacciato che sarebbe stato sensibile al taglio che avrei voluto dare alla narrazione di Mesothalassia, attraverso il blog. E, nota non da poco, mi ha totalmente devastato la naturalezza con cui lui, che almeno un po’ di libri li ha pubblicati (a differenza mia…), ha acconsentito a stilare a quattro mani con un perfetto sconosciuto un blog che, per quanto piccolo, di breve durata e dalla scarsa diffusione, è stato reso pubblico sul web. Partendo da questo blog, Io ed Emilio scriveremo un libro su Mesothalassia. Ancora non ci credo.

Durante la cena non parlo molto, ma osservo e percepisco. Che gruppo che ho tirato su. Sì. Adesso lo posso dire. Mi prendo il merito di aver aggregato persone tanto diverse quanto complementari, tanto distanti geograficamente quanto vicine negli intenti del nostro pazzo viaggio da missionari della scienza. Ho fatto da hub tra un geniaccio della comunicazione del web come Davide e un fuoriclasse della comunicazione della scienza come Andrea, tra lo zen fotografico di Antonio e la tranquillizzante pacatezza di Leone, tra la sensibilità di Alessandra e la determinazione di Silvia… ecc… ecc…

Non mi va proprio di chiudere questo pezzo. Sinceramente triste o pomposamente trionfale, sarei comunque di troppo alle parole che io ed Emilio abbiamo lasciato in questo ambiente virtuale e che vi invito a rileggere ancora… Preferisco lasciare tutto in sospeso… nella speranza che i Mesothalassionauti si riuniscano a breve…

La cronaca del viaggio si è conclusa con il post di oggi, ma Mesothalassia continua, ancora per un po’ su questo blog, almeno fino al nostro evento ad EXPO del 29 luglio, che vi racconteremo, prima durante e dopo.

Buonanotte a tutti e buon cammino, brava gente!

Dom

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Tappa 9 – Bolle, il coniglio dalla tana, ancora bolle

Le righe che seguono (e quelle incluse nei post che seguiranno) sono state scritte da Domenico a partire dal 9 luglio, quando il nostro si trovava già a casa, in una situazione psicofisica precaria, frutto della stanchezza accumulata nel corso del viaggio, della profonda malinconia per la fine dello viaggio stesso e del pervasivo senso di sconforto instillatogli dal congedo dai compagni di viaggio e dall’abbandono da parte del Virgilio-Rigatti…

Il traghetto per Ischia ci attende al Molo Manfredi di Salerno. Sono passate da poco le 7 del mattino del 6 luglio. Salutiamo con le bici zavorrate dai bagagli la Torre sul mare e suoi abitanti. L’aria è già calda. Un anticiclone tropicale ha ormai invaso dall’alto la nostra penisola e ringraziamo il fato per averci risparmiato il caldo africano nel corso dei giorni passati. Da qui in avanti pedaleremo molto poco. Vietri sul Mare – Salerno, l’ultima manciata di km di questo viaggio. Il piccolo traghetto per Ischia si rivela presto un Caronte dal volto turistico. Mentre scrivo il post della tappa di ieri, gli altri Thalassonauti si godono il paesaggio costiero che sfila a dritta, la costiera amalfitana, Amalfi, Positano, e a babordo, Capri e i faraglioni. Stacco le dita dalla tastiera nel tratto di mare mare tra Capri ed Ischia, mi addormento steso su quattro sedili.

A Ischia ci accoglie il personale della sezione distaccata della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Si parla di mare, di organismi che vivono sul fondo, di benthos, insieme a Maria Cristina Buia, Valerio Zupo e Francesco Paolo Patti. La piccola sala della biblioteca di Villa Dohrn è piena, anche se per metà si tratta di noi e per l’altra metà di dipendenti e collaboratori del laboratorio. Comincio a fare delle riflessioni, che poi si cristallizzeranno nella mia mente al nostro arrivo a Napoli.

Il pranzo è sulla cosiddetta riva destra della baia circolare che ospita il porto di Ischia, ricavato da un antico cratere prodotto dalla attività vulcanica presente sull’isola e semi-sommerso dal mare. Mangiamo da Emiddio, una vecchia trattoria che prende il nome dall’anziano ma attivissimo proprietario. Mi sono fermato spesso da Emiddio, nei miei passati soggiorni ad Ischia, sempre frequenti perché Emanuela ha lavorato qui tre anni. Questo piccolo ristorante ha l’aria di non essere una trappola per turisti, nonostante si trovi in un posto di notevole passaggio, affacciato sui punti di attracco delle imbarcazioni private e ad un tiro di schioppo dall’imbarco dei traghetti. Mangio uno spaghetto alle vongole come dio comanda, quasi come lo farei a casa… sono un maestro dello spaghetto (non ci credete? Vi invito a casa mia…) e mi capita sempre di fare questi paragoni…

Il pomeriggio lo trascorro a letto, in hotel. Ho i primi cedimenti. Lo stress (fisico e mentale) dei giorni trascorsi è stato notevole. Gli altri sono a fare snorkeling attorno al Castello Aragonese, a picco su un elevato promontorio. Il Castello è il regno delle bolle, prodotte dalle emissioni di anidride carbonica che vengono su dal fondo del mare, geologicamente molto attivo. Le bolle rendono acido il mare attorno al Castello, facendo del sito un laboratorio naturale per studiare gli effetti sugli organismi marini dell’acidificazione delle acque prodotta da concentrazioni di anidride carbonica simili a quelle predette dai modelli per un futuro non troppo lontano, se l’uomo persiste nel bruciare combustibili fossili. Ma oltre ad assolvere a un tale nobile compito, le bolle rappresentano un’attrazione… per chi le sa apprezzare, lanciando più che uno sguardo sott’acqua attraverso il vetro di una maschera. Agli altri, magari, rimane il gusto di godersi un idromassaggio naturale… Non biasimi scienziato cotale blasfemia… Si discute molto ad Ischia sull’opportunità di vietare la balneazione nell’area delle bolle e molte sono le difficoltà cui vanno incontro i ricercatori che studiano questi fondali, primi fra tutti gli atti vandalici rivolti alle strumentazioni. Ma quanto gioverebbe alla ricerca inserire siti di interesse scientifico all’interno di un circuito turistico regolamentato e frequentato da cittadini-scienziati? Quanto siamo lontani da tutto ciò? E’ questo un punto di riflessione sul quale occorrerà fermarci, quando sarà finita la nuda cronaca di questi ultimi giorni.

La serata al Castello. Conferenza pubblica, ma a numero chiuso. Sulla sommità del vecchio maniero. Siamo ancora noi, quelli del laboratorio di Ischia e poche altre persone “estranee”. Reportage di Mesothalassia, condotto da me, diverso da quello fatto da Davide a Vietri, stesse foto ma diversa sequenza. Le prime riflessioni, fuori timide, come conigli dalla tana. Dopo di me, parla il giornalista Cenatiempo, di cibo e cultura locale. Bella presentazione. Ischia e i conigli da fossa, i conigli e gli allevamenti naviganti (sulle navi, durante le lunghe navigazioni). Bolle, conigli, bolle… Penso alla fine che si avvicina. Penso a quanto questo viaggio mi ha cambiato. Penso a quanto sto elaborando mentalmente le esperienze vissute in questa ultima settimana. Solo una settimana! Maria Cristina Gambi (sempre del lab di Ischia) ci tiene a dirmi che ogni spedizione (scientifica, anche se nel nostro caso definirla tale non saprei…) ci zavorra ad un monte di riflessioni, che dobbiamo dipanare, ma ci vuole il giusto tempo. Bevo un bianco d’Ischia alla fine di tutto, sul ciglio del fossato, dall’alto sul maniero. Mi concedo anche una sigaretta rubata a non so chi. Pensieri, molti e confusi. L’intelletto che ribolle, come il mare sotto di noi.

Finiamo la serata ancora da Emiddio, che ci aspetta dall’ora di pranzo, quando gli ho comunicato che avremmo cenato da lui. Frittura. Risate. Brindisi. Malinconia incipiente. ‘Notte. Domani è l’ultimo giorno per Mesothalassia. Ci alzeremo ancora presto.

Cater

Tappa 8 – Dal limitar del Cilento alle porte della costa d’Amalfi

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Alcuni di noi hanno dormito in un B&B di Campagna, nei pressi dell’Oasi di Persano, comune in Provincia di Salerno, territorialmente enorme e suddiviso in tantissime frazioni. Altri, praticamente l’altra metà del gruppo, hanno dormito all’Oasi, nella foresteria che si trova al piano superiore dell’edificio che ospita la sede di questo piccolo ente. Il punto di partenza della tappa, l’ultima su strada, è l’ampio portico della sede dell’Oasi, che si affaccia su un simpatico Paleovillage, un piccolo agglomerato di capanne dove un’associazione del luogo conduce spesso dimostrazioni sulle modalità di vita di noi esseri umani all’inizio della nostra civiltà stanziale. Il portico allunga il mio sguardo sul dolce declivio della valle sottostante, dove il fiume ristagna in un’ampia ansa, dove cinghiali dominano le terre emerse, lontre regnano nella loro invisibilità e uccelli di ogni sorta (fino a 168 specie censite) si godono la loro “oasi” durante le lunghe migrazioni.

Oggi si fa tardi, il percorso è relativamente breve e in gran misura piatto come solo una piana sul mare, come quella del fiume Sele, può essere. Non di certo un paradiso per ciclisti avventurosi e “lenti” come noi, ma ci può stare, ora che siamo alla fine. Insomma, alla partenza, ce la prendiamo comoda. Io (Dom), nell’attesa che la truppa si aggreghi, mi fermo a parlare al fresco del portico con Remigio Lenza, responsabile dell’Oasi, ed Enzo, un pensionato quai ottantenne che si diletta a coadiuvare Remigio nelle incombenze quotidiane. Bel tipo, il signor Enzo. Ha lavorato per lo più nel sociale ma si definisce naturalista, un naturalista “nato a Persano”, quando suo padre lo iniziava all’esplorazione della natura proprio nel posto in cui ci troviamo ora. “Io dico sempre, cultura e natura”, due elementi inscindibili per Enzo. Questa semplice affermazione acquista ancor più peso, detto in un luogo dove l’educazione spazia dalla caccia visiva di animali dal riparo di casette in legno per l’osservazione naturalistica e laboratori culturali di lavorazione della pietra e costruzione di suppellettili alla maniera di diecimila anni fa. Ci troviamo in perfetta sintonia, io ed Enzo. Ad ogni mia frase lui ribadisce annuendo e rimarcando a parole il nostro comune pensiero. Enzo è uno di quegli interlocutori incontrati nel corso di questo viaggio e dei quali parlerò più avanti, in uno dei post meditati…

Partiamo. Brevi strappi e passaggi all’ombra di ambienti silvestri fortemente mediterranei e magnificamente integrati con terreni agricoli che ospitano perlopiù aziende biologiche. A differenza dell’altra costa (quella adriatica), qui l’acqua non è un problema. Il territorio campano che attraversiamo oltrepassando il comune di Serre è magnifico. Poche case, molto verde, opulenza alimentare. Ci troviamo al limitar del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano ed Alburni. Un gioiello la cui varietà di ambienti ed atmosfere lo avvicina ad un piccolo continente. Paradiso della bici, due giovani cicloamatrici lo hanno percorso in lungo e in largo accumulando ben 700 km in circa un mese di vagabondaggio, dispiegando in una dimensione un nastro d’asfalto come farebbe un gatto rotolando in giro un gomitolo di lana.

Arriviamo a Paestum, sosta obbligata. Siamo in Magna Grecia, il Tirreno che si fa sentire nell’aria pur nascondendosi agli occhi. E’ già passato mezzogiorno e ci fermiamo a mangiucchiare qualcosa. Prima domenica del mese, musei gratuiti. Emilio non resiste al richiamo dell’affresco della Tomba del Tuffatore e si precipita al Museo Archeologico. Qualcun altro sfida la canicola e visita l’area archeologica. Ma si riparte presto. Dobbiamo raggiungere una location per girare alcune interviste a me ed Andrea per il documentario. Lo facciamo proprio alla foce del Sele, seduti un piccolo pontile posto sulla riva del fiume. E’ la prima volta che parlo davanti ud una telecamera. Il disagio è tra l’altro fiancheggiato dal fastidio generato da alcuni disturbatori, una squadraccia di allegri villeggianti chiassosi e motoscooter-muniti. Mentre io, Andrea, Orazio e Francesca completiamo le riprese, gli altri del gruppo ripartono verso Salerno, lasciando al nostro seguito il solo Antonio, il Sergente Bergamino, ramazza-ritardatari. Finite le riprese, comincia infatti la “ripresa”.

Il Sergente Bergamino tira me ed Andrea ad una volata infinita, media di 30, punte di 35 km all’ora, che con bici non da corsa e un carico medio di una decina di chili, non è certo roba da poco. Ma veniamo da una settimana di pedalate, su terreni diversissimi e pendenze anche relativamente “estreme”. Il Sergente in questi giorni ha insegnato ai suoi discepoli lo zen del pedale. E’ ora di metterlo in pratica. Filiamo in surplace sulla lunga e diritta via d’asfalto che è la Litoranea che congiunge Marina di Eboli a Salerno, come una triade vendicatrice, sfilando sul fianco destro la lenta colonna di macchine e carne umana condita con doposole. In circa un’ora siamo a Salerno, riprendiamo tutti e giungiamo in trionfo a Vietri sul Mare, porta della Costa d’Amalfi. Taralli pepati alle mandorle e Falanghina. Bagno in mare in tenuta ciclistica. Poi tutti alla torre sul mare (Torre Crestanella). Conferenza sulla pesca tenuta da Gabriele Procaccini della Stazione Zoologica. Mia solita prolissa introduzione (oh, ma quanto cavolo parlo??? due p***e…) e reportage fotografico su Mesothalassia (il primo) magistralmente condotto da Davide. Poi si va a cena e a dormire, di nuovo dopo mezzanotte, a picco sul mare, sotto il ciel di Ponente, ormai giunti alla meta, uniti i due mari.

Dom

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Tappa 7 – Di oasi in oasi

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Il resoconto della tappa di oggi è molto asciutto nella cronaca, perché tanto io che Emilio ci stiamo rendendo conto che questo viaggio in bici lungo vie d’acqua, costellato di esperienze di incontro tra persone, modelli di vita e sensibilità per le cose della natura e dell’uomo, si sta trasformando sempre più in un viaggio dell’anima e le nostre menti continuano ad elaborare spunti anche successivamente alla prima scrittura nella quale questi si concretizzano. Ora che il viaggio a pedali è ormai finito e ci aspettano una sola tappa, da Persano a Vietri, e poi due giorni istituzionali, senza mutandoni da ciclista, tra Ischia e Napoli, cercheremo di tirare le somme su questo viaggio e i nostri post avranno un taglio molto più riflessivo.

Quella che segue è la cronaca della tappa 7, quella che ci ha condotti dall’Oasi WWF Lago di Conza all’Oasi WWF Persano, nel territorio di Serre. Lungo il percorso, le tre Grazie dell’ammiraglia (Caterina, Francesca ed Emanuela) si sono fermate in visita anche all’Oasi Valle della Caccia di Senerchia (AV), della quale, però, noi che pedalavamo, non possiamo dirvi nulla. Vai Emilio…

Stamattina siamo partiti dall’Oasi WWF Lago di Conza e siamo arrivati all’Oasi WWF Persano dopo ottanta chilometri di saliscendi. Ci hanno salutato alla partenza il sindaco di Conza e la presidente della Proloco Compsa, Antonella Petrozzino, che ci ha offerto la prima colazione, oltre all’apprezzamento per quello che stiamo facendo.

Adesso è notte fonda e cerco di ridurre il diario alle cose principali della giornata. Intanto – nota per i ciclisti – la tappa è stata abbastanza impegnativa, con continui saliscendi e il passaggio dal bacino dell’Ofanto a quello del Sele. Impegnativa ma piacevole: salite lunghe ma non durissime, vento come condizionatore d’aria e la stupenda visone dei monti Picentini prima e degli Alburni poi a muovere la linea dell’orizzonte con l’inquieto zigzagare delle creste.

A Caposele siamo stati accolti dal sindaco e da Concetta Mattia (vulcanica presidente della Proloco locale) che ci hanno raccontato la storia di queste acque. L’acquedotto pugliese viene alimentato dalle acque del Sele. Siamo entrati nelle gallerie dove il flusso di acqua purissima, trasparente e veloce viene catturato e spedito in Puglia. La Puglia beve, coltiva e vive grazie a questo flusso di acqua. Ho avuto la sensazione quasi fisica di cosa voglia dire “il controllo dell’acqua”. Poi, dopo un pranzo offerto dall’amministrazione, ci sono stati ancora lunghi chilometri di pedale, lungo crinali, discese, salite e passaggi sotto i boschi di pale eoliche che affettano il vento lungo tutto questo asse che va dall’Adriatico al Tirreno.

Ormai il gruppo è affiatato: si procede ma ogni tanto si aspetta chi pedala più piano. La nostra non è una gara. Anche in questo modo di viaggiare si coglie lo spirito di Mesothalassia. Alessandra Pugnetti e il nostro regista Orazio Aloi, che non erano tra i “pedalatori professionisti”, anche perché la bici non è il loro forte, hanno voluto pedalare questa non facile tappa. Qualche pena, un paio di disarcionamenti e successive spinte a piedi, ma ce l’hanno fatta. Mesothalassia ha anche questa dimensione, che non saprei come definire.

Una cena in una trattoria nel bosco, con una visione sui monti Picentini che navigano nel tramonto e poi nella notte, ha concluso questa giornata – ormai una delle ultime, del viaggio da mare a mare.

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Tappa 6 (parte prima) – Il piccolo uomo, dal piccolo paese… e il piccolo mondo

Veniam giù dalla rupe per una ripida discesa, qualcuno a rotta di collo, qualcun altro con un po’ di prudenza, tutti si fermano ad aspettare chi rimane indietro, frenato mentalmente dall’ormai limitato spessore dei pattini dei freni, messi a dura prova negli ultimi giorni dagli innumerevoli saliscendi apparecchiati ad arte dalla terra di mezzo tra i due mari. Arriviamo all’oasi WWF Lago di Conza, nel territorio di Conza della Campania, in una mezz’oretta di pedale, attraversando anche un tratto della famigerata Ofantina, nastro trasportatore d’asfalto per colonne di bisonti metallici rimpinzati e mai satolli di altro metallo, quello delle auto prodotte dallo stabilimento FIAT di Melfi.

All’oasi ci aspettano Filomena e Marcello, quest’ultimo responsabile del sito protetto, area umida sulle rive del lago artificiale, generato una ventina d’anni fa dallo sbarramento del corso dell’Ofanto con una diga oggi usata per la captazione idrica a fini d’irrigazione ma che forse un giorno darà altra acqua potabile alle aride regioni della costa adriatica. C’è poi anche Emanuela, la ragazza del boss (che sarei io, Dom… e mi scappa un ironico ghigno mentre scrivo…). Si unirà a noi per le prossime tappe, andando ad arricchire il piccolo plotone di thalassonauti furgonati. Per ora, Emanuela ha l’importante ruolo di rifornire le truppe di prodotti del territorio: pane di Montecalvo, caciocavallo irpino, marmellate biologiche, offerte da una piccola bottega di Atripalda (AV) il cui nome è tutto un programma: Le Delizie dei Briganti. Ma Emanuela ci porta anche un’altra cosa, che diventerà un po’ il fulcro attorno cui ruoterà buona parte delle vicende della mattina: un microscopio.

Arrivati all’oasi per parlare di scienza con un linguaggio adatto ad un pubblico non esperto, così come successo a Venosa, non troviamo ad aspettarci folle numerose. Su una panchina assediata dalla lavanda, troviamo però un plotoncino di piccoli umani in assetto d’esplorazione. Studenti della scuola elementare multi-classe di Cairano, sono in tutto tre, cappellino e zainetto d’ordinanza, due maschietti ed una femminuccia. Sono accompagnati dalla madre di uno di loro, ovvero il piccolo Fabrizio, che altri non è che il nipote di Ruggero, il nostro maitre della cena di ieri a Cairano. Ruggero ha portato sua figlia, Fabrizio e gli altri due bambini all’oasi, per vedere cose meravigliose, accogliendo così l’invito che gli avevamo porto durante la nostra scorpacciata. Fabrizio dichiara all’istante il suo desiderio di fare il biologo (!). Insomma, ci troviamo davanti niente meno che il 30% della popolazione infantile del Paese per Aria e il 30% di questo campione si dichiara favorevole alla promozione di una cultura naturalistica… Devo però dire che, lungo l’itinerario di Mesothalassia, Cairano è un paese molto particolare. E’ il comune che si è maggiormente spopolato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Quello che ritengo il centro di massa della terra tra i due mari, poco prima della linea immaginaria che li divide attraverso lo spartiacque dei bacini idrografici dell’Ofanto e del Sele, è quasi un paese deserto. Partito al giro di boa post-fascista con una popolazione di quasi duemila abitanti, è andato attraverso il boom economico degli anni ’50-’60 e il benessere dei ’70 ed ’80 perdendo costantemente pezzi di popolazione e arriva oggi a contare poco meno di trecento abitanti.

Prima di cominciare con il nostro show di Narratori della Scienza (ne leggerete a breve…), Filomena ci porta in giro per l’Oasi WWF, importante punto di sosta per gli uccelli migratori. Qui bivaccano addirittura le gru, durante il loro stagionale sali-scendi tra la Siberia e il Magreb. L’oasi è nata con il lago. Artificiale sì, ma anche di provvidenza per il Popolo Migratore. Offre loro cibo e riparo, una vera e propria “oasi”. I laghi sono questo per gli uccelli miratori: isole d’acqua dolce in un mare di terra. I bambini sono attratti dalle testuggini dell’oasi, dai volatili ospitati nelle voliere e che non possono essere rilasciati in natura perché non in grado di sopravvivere all’abbandono della cattività. Mentre Filomena conduce magistralmente la visita guidata, io faccio la spola tra l’interno e l’esterno, cercando di aiutare come posso i miei prodi ad allestire il campo di osservazione per il piccolo mondo. All’interno della piccola casa che ospita la sede dell’Oasi, si montano microscopi e si dispone sui tavoli materiale didattico su microflora e microfauna delle acque dolci. Modellini a palline (atomi) e stanghette (legami chimici) di molecole come acqua e zucchero. I bambini non sanno ancora cosa li aspetta.

La diffusione del verbo da parte nostra, oggi, spetta ad Alessandra ed Andrea. La prima parla al nostro piccolo pubblico, con grande intensità, di ecologia sensu lato e dell’importanza di osservare per lungo tempo ambienti come il lago che fa capolino dal finestrone della piccola sala conferenze dell’Oasi. Solo così, dice, si possono rilevare quei mutamenti in grado di segnalare che qualcosa sta cambiando, non solo nel lago, ma nel mondo in cui viviamo. Andrea, invece, si attacca alla breve introduzione di Ale “aggredendo” il piccolo pubblico come solo chi ha a che fare con in ragazzini tutti i giorni (Andrea insegna alle medie, dopo un lungo trascorso nella scienza) sa fare. “Allora bambini, lo sapete che cosa respiriamo?” Ossigeno. “E cosa buttiamo fuori dopo aver inspirato ossigeno?” Anidride carbonica. I bambini tengono il passo del gigante Andrea, alto quasi il doppio di loro.

“Lo sapete a cosa serve l’anidride carbonica?” Qui si va sul difficile… A costruire lo zucchero del quale noi stessi siamo fatti. La prima lezione è “costruiamo una molecola”. Andrea spiega ai bambini la fotosintesi mostrando loro, attraverso i modellini molecolari che ha portato, come si passa da sei molecole di anidride carbonica ad una di glucosio, rispettivamente, materia prima e prodotto finale della fotosintesi clorofilliana. I bambini staccano legami e dispongono atomi, lo fanno con le loro mani, imparano col gioco una delle reazioni chimiche fondamentali attorno le quali ruota la vita come la conosciamo sulla terra, quella basata su atomi di carbonio. La narrazione di Andrea è dinamica, interattiva, giocosa, efficace, efficiente sul piano del flusso di informazioni da una generazione all’altra. Andrea è un grande. Lo conobbi sei anni fa a San Michele all’Adige, in provincia di Trento. Tre anni in meno di me, questo gigante dalla faccia malinconica ma dal sorriso facile, stava ultimando il suo dottorato di ricerca in ecologia fluviale, con specializzazione in tassonomia del plancton d’acqua dolce, supervisionato da Nico Salmaso, che sarebbe stato il mio capo per un progetto di studio triennale sul plancton dei laghi a sud delle Alpi. Ci siamo presi bene all’istante, io e Andrea. Insieme a Paolo Gratton, romanaccio di Frascati ma mezzo giuliano (il nonno, anche lui Gratton, importante astronomo originario di Trieste), componevamo un trio affiatato di allegri alloctoni, in quella terra tratti dura, geologicamente e relazionalmente parlando, che è la Valle dell’Adige.

Ora guardo Andrea tenere la platea con un piccolo pubblico di piccoli umani, potenziale classe dirigente, chissà, di base in un paese meraviglioso che nessuno conosce e dal quale tutti fuggono. Quando l’ho chiamato per Mesothalassia, mi ha detto sì all’istante e sapevo che con lui sarei andato sul sicuro. Mi viene da piangere, ora, mentre lo vedo narrare ai bambini le vicende del plancton, quella strana entità che nessuno conosce, meravigliosa e sfuggente, come il loro paese. Andrea li mette in fila per altezza e si affianca a loro. “Io che sono un pesce grande mangio te che sei piccola” (la bimba, la più alta dei tre). Poi tu mangi lui che a sua volta mangia Fabrizio. E se io sono il pesce, voi siete il plancton. E Fabrizio, che è l’ultimo della fila, che cosa mangia?” Ci mettono poco a capire. Il piccolo Fabrizio, in alto le mani, da vero bimbo-alghetta, sporge verso il cielo in una mano la molecola di anidride carbonica e nell’altra quella di glucosio. Il bimbo capta l’energia della luce per fare fotosintesi. Fabrizio diventa il fulcro del mondo vivente, un produttore primario.

Lo show di Andrea prosegue con l’osservazione al microscopio del piccolo mondo. I bambini sono entusiasti di quello che vedono. Identificano piccoli esseri passando i loro occhi dagli obiettivi dello strumento alle figure sulla carta che mostriamo loro. Finiamo con una jam session dove tutti, piccoli e grandi (anch’essi solo tre, ovvero la mamma e il nonno di Fabrizio e il Maestro Dario Bavaro) toccano con mano un piccolo mondo, piccolo come Cairano, apparentemente insignificante come Cairano, ma dal quale tutto riparte, la vita e l’amore dell’uomo per il mondo di cui fa parte.

Alla fine della show di Andrea e dei suoi piccoli collaboratori, Fabrizio è letteralmente trascinato via dai parenti. Piange a dirotto, il piccolo aspirante scienziato. Fa male al cuore pensare che il piccolo non possa ammirare la natura, scoprire cose nuove di cui meravigliarsi, ogni benedetto giorno, come ad esempio i fortunati studenti di Andrea. Mi riprometto di tornare a trovarlo, io, un microscopio e una manciata di plancton. Tieni duro piccolo mio, teniamo duro. La rivoluzione si fa con le piccole cose, i piccoli uomini, nei piccoli paesi. Insieme ce la faremo.

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Tappa 5 – Il paese per aria

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Gli amici di Venosa ci hanno ospitato in un appartamento poco lontano dal centro, arredato come si arredavano le case negli anni cinquanta, cosicché ci sembra di entrare in una specie di macchina del tempo o in un film neorealista. Che ospitalità, questa del sud. Gente che non ti ha mai visto che ti dà un mazzo di chiavi, una casa arredata e una disponibilità totale. Ci dormiamo in un numero esagerato, ma la gestione degli spazi e dell’unico bagno è perfetta. Gli altri mesotalassonauti sono accampati nella palestra di Giuseppe. Non so quanti si adatterebbero a questo train de vie fatto di chilometri e calure, salite e sudate, dormite dove capita, da soli, in gruppo, tra le lenzuola o nel sacco a pelo, con i pranzi consumati sulla terra arata di un uliveto come tavola e un unico coltello per dodici persone. Ma il gioco dal ritmo intenso ma umano, condito di fatica e di parole, di incontri, di notti poco dormite, di risvegli all’alba per scrivere o partire è diventato la linfa del gruppo. Non c’è niente da lamentarsi, si va e basta, di buona voglia, in questo strano clima di amicizia nata sull’onda di un sentire comune impastato da tante diversità personali, si pedala con chilometri di sonno arretrato, magari un po’ allucinati per le splendide ma faticose maratone gastronomiche. Stamattina abbiamo un appuntamento con un’amica di Giuseppe Minutiello che lavora alla sovraintendenza. Ci guiderà nell’area archeologica e ci spiegherà l’Incompiuta, la chiesa della Santissima Trinità che abbiamo visto ieri. Ci intendiamo subito, noi e lei, perché c’è una forte corrente passionale che ci accomuna. Lei ci racconta la storia della chiesa, dei cavalieri di Malta, degli strati che si possono leggere nell’edificio e che narrano di epoche diverse, di ricostruzioni, riutilizzi di materiali, di popoli e ordini religiosi che si sono succeduti. Se fosse per me, starei tutto il giorno ad ascoltarla, a discutere con lei, a capire come mai qui ebrei, cristiani e pagani convissero pacificamente per un lungo periodo, senza scannarsi e approfittando della “diodiversità” per arricchirsi reciprocamente.

Giuseppe Minutiello ci congeda davanti alla sua palestra. Resto senza parole quando mi regala un completo da bici stupendo, uno di quelli della sua squadra. Ci siamo sentiti subito affini, durante la pedalata di ieri, ma il suo gesto mi commuove. Penso che si sia sentito vicino a me leggendo i libri e che poi, con la conoscenza personale, abbia ritrovato lo spirito di ciò che scrivo. Conosco l’esperienza di conoscere uno scrittore che si ama e che poi, di fatto, di scoprire che la sua parte più bella sono proprio i libri. Insomma, è una sorta di premio che non so se mi merito, ma che mi riempie di piacere e, ridiciamolo, di commozione.

Anche oggi salite e discese, planate da ippogrifi e salite masticate e sudate col doping umano del gruppo, della parola, dello scherzo. Ogni tanto Orazio, Francesca e Caterina ci superano col furgone, piazzano i treppiedi sulla strada e ci riprendono, anche se Orazio e Alessandra, che non dovevano pedalare o pedalare poco, ci stanno prendendo sempre più gusto. Orazio – io credo mascherando la sua voglia di pedale con il dovere professionale di videomaker – ce lo troviamo sempre più spesso a riprenderci col suo stadycam tascabile. Alessandra Pugnetti, giorno giorno, è diventata una biologa un po’ western, con un berretto – rigorosamente decathlon – che la fa somigliare a un cow boy e con un progressivo upgrade del mezzo. Arrivata con una deliziosa bici giallo canarino a stelline azzurre – di quelle che si vedono fuori delle case dello studente, per intenderci – adesso sfoggia una MTB che le ha lasciato in eredità temporanea non so quale membro del gruppo che se n’è andato (Leonardo, nota di Dom). Non vedo l’ora di arrivare a Melfi, la città normanna dove nel 1231 Federico II promulgò una serie di leggi che, se per certi aspetti erano ancora medievali, per altri oggi ci appaiono sorprendentemente moderne. Quando vedo che il gruppo oltrepassa l’indicazione per il centro storico ho un attorcigliamento stendhaliano delle budella.

Non ci fermiamo? chiedo con un gemito nella voce. Domenico, che deve aver colto nei miei occhi lo sguardo del cane abbandonato in autostrada, con piglio napoleonico ordina l’occupazione del centro storico della città. È un mordi e fuggi, ma almeno questa bella città mi impregna le retine e il cuore. Stupore nella piazza dalla bella cattedrale e stupore per il castello che, se non ha la magia numerologica e architettonica di Castel del Monte, è un prisma grigio e pieno di fascino. Non ci restiamo molto, ma mi basta, del resto in queste terre ci dovrò tornare, tosto o tardi.

Ci fermiamo a mangiare sotto una famiglia di pini marittimi e Federica, Caterina e Alessandra tentano di rendere meno diffidente Dauno – così lo battezzano – un cane che deve aver preso tante di quelle botte dall’uomo che non basta il prosciutto a fargli dimenticare le sofferenze subite. Consumiamo il pasto seduti a terra, come sempre, e per tutto il tempo della sosta le pie donne cercheranno, con qualche parziale successo, a far sì che Dauno si avvicini a loro, anche se per una carezza vera e propria la permanenza avrebbe dovuto essere più lunga. Non so se qualcuno abbia pregato Padre Pio, ma a pochi metri appare un caffè – non ce n’eravamo accorti o è stato veramente un miracolo – che ci offre gelato, bibite fredde, caffettino prima di ricominciare a filare anche questa faticosa tappa.

Quanta bellezza nella solitudine del non-turismo, e quante orride località inquinate da rumore, fast food e nevrosi. Pensieri banali e inutili lamentazioni, ma che mi vengono continuamente in testa mentre fatichiamo in mezzo a tanta bellezza, quasi ci spostassimo sulla tela di uno sterminato quadro di un paesaggio. Ogni colle è un tuffo al cuore, ogni borgo semideserto è un pezzo della storia e della diversità di un paese che s’ignora. Siamo sempre nel bacino idrografico dell’Ofanto e solo dopo la Sella di Conza la gravità porterà le acque verso il Tirreno. È ad uno di questi piccoli valichi che ci rendiamo conto che il paesaggio cambia un’altra volta. Il giallo si macchia di un verde cupo che poco a poco dilaga lungo i fianchi delle montagne dall’aspetto dolce – vere e proprie onde dorate – fino a conquistarle quasi completamente. Antonio, il fotografo del gruppo, è anche un ciclista di grinta – un randonneur, per intenderci – e documenta il paesaggio e i suoi navigatori senza perdere una sola situazione fotograficamente interessante, fissando sul sensore anche questo ennesimo gioco di prestigio geografico. Domenico ci indirizza verso una vecchia provinciale che abbandona la pericolosa statale, che percorriamo solo per pochi chilometri, giusto per trovare quest’ulteriore scappatoia al fiume di camion.

Ecco, mi accorgo che sotto la spada di Damocle dell’impegno quotidiano di redigere il diario non ho trascritto gli odori che abbiamo attraversato. Un viaggio è anche un’immersione continua in una geografia di paesi olfattivi, di profumi, un puzzle di puzze, di sentori lievi o intensi. Come ho fatto a non scrivere l’odore delle onde tettoniche di grano tagliato, un odore quasi tattile di pula e sole? E le zaffate di basilico, di menta, di ginestre che ci hanno tagliato la strada continuamente? Mi faccio queste annotazioni vocali mentre Leone ripara la bici a Elisa, la nostra piccola grande ciclista che scala i pendii con un piglio da libellula. Abbiamo forato in un bosco molto bello di querce, frassini e carpini. Odore intenso di menta. È quella? Indaghiamo varie foglie, strofinandole tra i polpastrelli e portandoceli al naso. No, non è questa, senti? Sa a qualcosa tra la salvia e il basilico. Alessandra la trova, ecco senti? Menta, molto forte e particolare. Mi dicono che le mente sono un popolo, un esercito dalle sfumature fresche e variegate. Speriamo che questi profumi ci diano energia, quando la foratura sarà riparata e proseguiremo. Perché il boss, Dom D’Alelio, ci ha trascinati in una strada “provinciale” firmata Indiana Jones che, oltre ad aver perso il manto asfaltato – anzi, non del tutto, perché sassi taglienti e irregolari del sedime sono rimasti per farci dannare – ci gratifica con una serie di rilanci al cielo che in alcuni punti superano il venti per cento. Tocca smontare, sbuffare, tirare il fiato, o rimontare in sella e destreggiarsi come se si stesse pedalando su un cavo d’acciaio. Poi, finalmente – o purtroppo, perché la selva oscura era davvero bella – ci ritroviamo sull’Ofantina per più chilometri del previsto. I camion passano velocissimi e – a onor del vero – con sorpassi ampi e sicuri, anche se fastidiosi per noi. La destinazione è Cairano, di cui ci hanno detto meraviglie i mesothalassonauti che ci sono stati. Quando appare mi viene in mente una vecchia edizione Einaudi de “Le città invisibili” di Calvino, che aveva in copertina un quadro di Magritte raffigurante un masso sospeso in cielo sulla cui vetta ‘era una città, o un castello, adesso non ricordo. Sembra che un mare in tempesta si sia placato e l’ultima onda mostruosa si sia pietrificata poco prima di frangere. Tra la cresta e il cavo, in una sorta di nido tettonico, sta accovacciata Cairano. Il campanile spunta sui tetti delle case, buca il cielo in cui è immerso. Il gruppo è un po’ nervoso per il lungo tratto imprevisto sulla statale e l’appuntamento con il camion che ci porterà in vetta è al cimitero di Conza, come in un fumetto di Corto Maltese. Finalmente arriva il mezzo con Michele, il guidatore, e Dario, che ci accolgono con calore. Oltre alle bici Federica, Elisa e io chiediamo se è possibile salire sul cassone del carro. Sarà pericoloso e illegale, però è tanto bello. Ci sediamo sulla lamiera e siamo euforici come bambini alle giostre. Il camion arranca, ci sballotta di qua e di là fino a che parcheggia davanti alla stazione di Cairano. Il treno non c’è più, ma qui lo amano ancora. Dario dice che è un ponte caduto, un’assenza che le graminacee agitate dal vento caldo che s’insinuano nelle crepe dei marciapiedi rendono triste. Ma l’allegria viene dai nostri ospiti che hanno preparato a fianco della stazione – ma perché proprio qui? Per l’idea di partenza e arrivo? – un buffet di angurie, albicocche e frutta varia. Poi ci arrampichiamo di nuovo sul camion e Michele guida sicuro sul 20% della pendenza della strada che porta a questo resort per angeli che volano a bassa quota, o per uomini che amano le nuvole.

L’incontro è sulla piazza rotonda, un’agorà dei cieli quasi circolare su cui dei tigli rilasciano un fluido profumato. Quelli nel giardino di casa mia – fioriti un mese fa, ormai – sono silenziosi perché le api muoiono, questi sono una spugna piena di voli e di ronzii. La moria delle api. Qui no, qui è un’isola che spunta dal mare che sta di sotto, dove un’Atlantide sempre più silenziosa e inquinata sembra non preoccupare la gente più di tanto. Ci disponiamo in cerchio sotto le piante e con un panorama che dai settecento metri di Cairano è da parapendio. Dario Bavaro, partenopeo innamorato di questo paese mongolfiera, ci introduce. E, uno dopo l’altro, parliamo, raccontiamo. Domenico spiega l’anima e la prassi di Mesothalassia, e poi diciamo qualcosa tutti, raccontando quello che facciamo nella vita e cosa facciamo in questo pellegrinaggio da mare a mare, spiegando cosa sono l’acqua, il plancton, mostrando il mondo invisibile agli occhi a vecchi e a bambini attraverso gli oculari dei microscopi che abbiamo in dotazione. Ognuno insegna cose relative alla sua specialità, ma tutti imparano dalle specialità altrui. Poi impariamo molto dalla terra, dalla geografia che attraversiamo, dai siti archeologici e artistici che visitiamo seguendo questo asse idrico Ofanto-Sele. Domenico racconta della fila di persone, bambini e anziani che si fanno issare sul laboratorio mobile dove i nostri biologi fanno vedere la vita che si agita nei campioni di acqua che preleviamo nei siti che tocchiamo. La scienza praticata, mostrata e narrata: è questo uno dei motivi di questa spedizione, ovviamente incentrata sull’acqua.

Dalla sella di Conza la Luna comincia a salire. È piena e la valle è resa fosforescente dai suoi raggi, mentre i “microrganismi” luminosi dei paesi – pochi – si raggruppano qua e là in colonie, sospesi nel buio. Mangiamo in una trattoria familiare con i tavoli allineati sulla strada. Tutto fatto in casa o in orto, dalla pasta alle verdure cotte e crude, alla frutta. Gerardo e le sue figlie escono e entrano dalla cucina che si trova dall’altra parte della strada. Una specie di ristorante diffuso, insomma. Forse sono le pale eoliche che sfilano come giganti sui crinali che circondano questo immobile tsunami di pietra a ispirare dei Don Chisciotte, dei visionari che hanno scelto questo paese unico per le loro imprese che hanno un che di folle. Uno è di qui: è Franco Dragone, il creatore del Cirque du Soleil e impegnato ai quattro angoli della terra – letteralmente – a allestire teatri e spettacoli. A Macao, in Belgio, in Francia, a Las Vegas. Se ne andò dal paese negli anni cinquanta, bambino emigrante con la famiglia. La sua vita è unica, una narrazione affascinante. Dario Bavaro, il nostro anfitrione, è il suo complice e socio e organizza con lui eventi teatrali coinvolgendo gente del paese per la scrittura di copioni e per la realizzazione teatrale degli stessi. Ne sono scaturiti eventi eccezionali, sono state coinvolte persone da tutta Italia e oltre. Anche la figlia di Ruggero, che ci serve la raffica di pietanze, ha recitato con questo gigante dello spettacolo. È una ragazza semplice, di paese, ma l’esperienza ha lasciato in lei una traccia profonda. Ne parla con emozione. Dragone è nominato con affetto, gratitudine, rispetto.

… e noi stasera, siamo grati verso il mondo, caro Emilio… La serata si conclude con la consapevolezza di aver completato una parte importante del viaggio. Siamo ormai a metà e domani ci attende una intera giornata al Lago di Conza, paese ai piedi di quella testa di Capodoglio che è Cairano. Ci si congeda l’un l’altro con pacche affettuose e con ciao partecipati. Qualcuno ascende alla rupe per vedere la luna. Altri sono troppo stanchi per farlo. Siamo un grande team e forse, sotto sotto, ne siamo consapevoli fin dal primo giorno. Io (Dom), Davide, Andrea, Orazio e Francesca dormiamo in una isolata villetta che si trova quasi a fondovalle. Mentre i nostri videomaker raggiungono in furgone il remoto ma placido rifugio, noi tre dell’Ave Maria, ancora in tenuta d’ordinanza da questa mattina, scendiamo in bicicletta lungo la ripida discesa, alla sola luce della luna piena, con le lucciole a farci da spot di segnalazione, tanto per non farci perder la via. Dormo in un comodissimo letto, basso sul pavimento. Porto con me la prode JulyMoon e la osservo dal livello del letto soddisfatto, e non è la prima volta da quando siamo partiti. Silvia, poco prima, all’interno del cerchio magico all’ombra del tiglio della piazza di San Leone, argomentava emozionata sul rapporto di amore che aveva con la sua bici. Molti di noi in questo folle viaggio si trovano nelle stesse condizioni sentimentali… Ne abbiamo passate tante, io e JulyMoon, da quei primi di luglio del 2010, quando la comprai in un negozio di Bozen a prezzi di saldo dopo averle fatto la posta per circa un anno… Bardata come un mulo da soma, con borse dietro, davanti e un carrello appeso al culo, al di sopra di un posticcio sterrato, attendeva qualcuno che la liberasse da quel plastico giogo, asettico e “spolverato”, qualcuno che rendesse giustizia alla suo illustre lignaggio. Con il marchio di fuoco “wordtraveller”, per me è stata subito Luna Piena di Luglio. Stasera festeggio il suo compleanno. Dormiamo insieme, io e il cavallo di nero metallo, sotto una luna di sangue, che sale lenta e imponente, sopra il paese per aria…

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Tappa 4 – Terra asciutta e grano arso, nel medio corso del fiume Ofanto

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“Necessità m’industria a compor versi”. Antonio Capacchione, responsabile dell’Associazione Stabilimenti Balneari di Margherita di Savoia ci accoglie così, la mattina del 1° luglio, al centro visite delle saline di Margherita. “E’ questa la citazione di Orazio che più mi è cara, molto più del famoso Carpe Diem. Orazio Flacco era di umili origini e scrisse versi che lo resero famoso e benestante prevalentemente per sbarcare il lunario”. Proprio come noi scienziati che narriamo le vicende del mondo d’acqua. Qualcuno famoso e anche relativamente ricco c’è. Per la maggioranza meno ricca e famosa, rimane pur sempre l’industriarsi… Ammetto di non essere a conoscenza dei versi di Orazio citati dal signor Antonio. Più tardi ne trovo a fatica piccole tracce sul web. Da l’idea di essere uomo di gran cultura, il signor Capacchione, proprietario di uno stabilimento balneare e, a quanto mi sembra, membro eminente della comunità locale. Ci invita all’interno del centro visite e si piazza davanti ad una gigantografia a muro che ritrae nelle sua interezza il sito di produzione del sale. Sito di interesse notevolissimo dal punto di vista commerciale ma anche naturalistico. Le montagne di sale che si ricavano da queste saline si vedono da distanza considerevole. La superficie rossa delle acque separate dal mare hanno un carico di minerali decine di volte superiori all’ambiente di loro origine. Il loro colore è dovuto ad alghe microscopiche e piccoli crostacei che riescono a sopravvivere a quelle condizioni estreme, stabilendo in tal modo una catena alimentare che sostiene al suo apice i meravigliosi fenicotteri rosa, vera attrazione biologica del sito, i quali devono la loro colorazione proprio al cibo del quale si nutrono.

“Le saline hanno una storia antichissima. Così come la città nella quale ora ci troviamo. Qui si trova uno dei primi insediamenti della Magna Grecia”, continua Capacchione. Ancora prima, gli abitanti di quello che era il lago Salpi, barattavano il sale con altri prodotti, in un mercato di sussistenza che sarebbe durato per secoli. Oppidum Salinis, Salapia, Sancta Maria de Salinis, Margherita di Savoia, l’evoluzione del toponimo racchiude in sé la storia delle dominazioni sotto cui il sito si è ritrovata nel corso dei millenni. L’ultima ed attuale denominazione della città delle saline arriva con l’unità d’Italia e viene stabilita in onore della regina Margherita – sì, proprio quella della pizza. Antonio Capacchione è un fiume in piena. Ci narra la storia delle saline, portando alla luce particolari di grandissimo interesse e che vanno dalla particolare disposizione delle strade della città, perpendicolari al mare per consentire l’afflusso del vento verso le saline, alla progettazione dell’ampliamento settecentesco del sito, che coinvolse Luigi Vanvitelli, architetto di meraviglie sotto il regno dei Borboni, come ad esempio la reggia di Caserta.

Ascolto con grande interesse il signor Antonio. Per me è una scoperta. Con quel cognome che si ritrova… Fino a questa mattina il signor Antonio era una entità astratta. Ci ha offerto cena e letto ma non si è fatto vivo, né alla cena né prima di andare a letto. Riporto alla mente, quasi con tenerezza, il primo approccio con il suo cognome: Capacchione. Nelle mie conversazioni telefoniche con Gianfranco Pazienza del CNR di Lesina, cui si deve la totalità della logistica di Mesothalassia in terra di Puglia (anzi, nelle Puglie, come si dovrebbe dire), mi lasciai parecchio prendere dall’ironia, nominando il signore con un forzatissimo – e fintissimo – accento pugliese. Gianfranco, che non manca certo di ironia, mi rispondeva per le rime con un “scusa perché sfotti? Lui si chiama così”, usando un forzatissimo ma verissimo accento pugliese. Ora che mi ritrovo di fronte al signor Antonio, che tiene le fila delle conversazioni da gran Cicerone, mi sento piccolo piccolo piccolo… Il suo comizio spazia da cose di storia a cose di natura a cose di panza. Le tre cose convergono nell’argomento pesca e prodotti ittici, dei quali il Golfo di Manfredonia rappresenta l’epicentro produttivo. Difatti, il Golfo è un vero hotspot della pesca e raccoglie gran parte della produzione ittica del basso Adriatico. La gastronomia, poi, è un punto forte tra le competenze di Antonio… che trova in me un interlocutore d’elezione… Antonio, con il supporto dell’associazione locale che presiede, ci ha già dato ieri sera un assaggio delle prelibatezze della cucina locale che, a suo dire, insieme a quella pugliese in generale, ha dato i natali alla cucina italiana.

L’accoglienza da parte del signor Capacchione al centro visite delle saline dura poco. Dobbiamo riunire la ciurma, togliere gli ormeggi e veleggiare con il vento in poppa (e meno male… direi…) alla volta di Venosa. Anche noi, come suggerisce Orazio, lo spirito guida che ci accompagnerà nel corso della risalita alle sorgenti dell’Ofanto, dobbiamo cogliere l’attimo ed industriarci a comporre versi. Lo saluto in maniera calorosa perché mi ha lanciato più input di quanto io poi ne abbia colti dal vivo e questi ultimi sono senza dubbio maggiori in numero degli output che scrivo. Mi mangio le mani per non aver registrato il suo comizio (Emilio, ti giuro di portare d’ora in poi sempre con me il registratore vocale…) e contengo il senso di insoddisfazione per la brevissima durata della visita. Gli prometto di tornare, anche per visitare il museo delle saline, insieme ad Antonio Bergamino, per ampliare il nostro reportage.

Ma ora passo la parola ad Emilio, forza che è tardi!

Erik Ferrante, il bambinone, l’uomo che dorme nei boschi col sacco a pelo, che ha fatto tre giorni di acrobazie con noi con la sua MTB all’argento vivo, ci lascia. Mi ha insegnato cose sulle piante, mi ha raccontato dei suoi pellegrinaggi da a-gnostico a piedi scalzi, da folle di Dio dalla fede incerta. Mi ha parlato con amore di suo fratello, morto anni fa a Ostia per una bomba d’acqua e a cui dedica queste camminate a santuari. Preferisco pregare per lui con i piedi che con le mani, mi ha detto. Se lo porta sempre con sé, il suo Dominick Ferrante, mi invita a leggere le sue poesie sul web. Lo farò certamente, fatelo anche voi. Ciao Erik,buon viaggio. E ciao anche a Gianfranco Pazienza, che ci ha guidato per queste terre con una passione amorosa che ha pochi uguali. È lui che ci ha costretti ad affrontare il cammino della strada ferrata delle Foresta Umbra. Anche se oggi fa caldo una vena di frescura resta annidata nel vento, che oggi ci sarà amico per tutta la strada. Ci attende un venusiano a bordo della sua ciclonave a pedali, Giuseppe Minutiello, che per prima cosa mi corregge e mi dice che gli abitanti di Venosa si chiamano venosini e non venusiani. Ci intendiamo subito, pedaliamo fianco a fianco e lo subisso di domande. È uno di quelli che ha la bella abitudine di dire “non so” quando non sa le cose, senza impantanarsi in ipotesi fatte a braccio. Parliamo un po’ di tutto, dei suoi viaggi in bici con la moglie, dei miei, della sua vita – ha una palestra – e del mio lavoro. Che bello trovare gente con cui conversare, cioè condividere pensieri, argomenti, esperienze. Oggi si parla poco, ci si sprofonda negli smartphone e la bici è un salotto mobile e arioso dove gli argomenti prendono il ritmo cardiaco della pedalata. Giuseppe ci chiede se vogliamo vedere il ponte romano. Con me va a nozze. Alla truppa cammellata va bene che non sia io al comando, altrimenti alla fine del viaggio avrebbero dovuto andare da un allergologo ecclesiastico perché, minimo minimo, gli facevo visitare un paio di chilometri quadrati di chiese e cappelle rurali. Ma sono in carovana, me ne sto quieto e casomai faccio una scappata nei templi salendo gli scalini tre a tre, annusando le arie che sanno un po’ di muffa e d’incenso, ispezionando croste rococò e uscendo rapidamente nella luce abbacinante per riagganciarmi alla carovana.

Il ponte romano è stato restaurato in tempi recenti. È a schiena d’asino e scavalca le acque torbide dell’Ofanto. Le sue zampe d’elefante di pietra, che probabilmente hanno subito altri restauri nel corso dei secoli, fanno ancora impressione per la solidità. Ma il ponte è quello, rinato chissà quante volte sulle proprio ceneri dopo chissà quante alluvioni. Giuseppe mi spiega che le acque del fiume sono molto sporche, le coltivazioni le avvelenano con i prodotti chimici e solamente da qui a Venosa tre dighe ne azzoppano il corso. Nonostante ciò, una ricca vegetazione di tife (le piante col pennacchio che usiamo come decorazioni), giunchi e canne del genere fragmites riescono a farmi immaginare acque limpide, pastori che fanno il bagno e pecore che si abbeverano. Un quadro kitsch da arcadia settecentesca, o da poeti romantici di poco nervo: ma non riesco a farci niente. A riportarmi ai tempi moderni c’è una scritta fatta con lo spray sulla spalletta del ponte: Zanuttella – Fernandina – sei – dannata – per -sempre- il – male- che – hai -fatto- alla -gente. Sic, sgrammaticato e oltraggioso, più verso il ponte che verso Fernandina.

“Ci saranno certamente i cavatelli al peperone crusco e cardoncelli”. Mentre pedaliamo Giuseppe fa salire la fame agli ascoltatori a pedali parlandoci del menu che degusteremo stasera alla taverna pizzeria “Al brigante”. Un lessico a me ignoto, ma nonostante ciò appetitoso. Ma, adesso, degli olmi frondosi e degli olivi fanno ombra a un pranzo a base di frutta e tarallucci della durata di ventisei minuti. Non possiamo attardarci e proseguiamo. La via è un ritmato e pacifico alternarsi di lunghe e blande salite seguite da discese. Sole acceso, ma vento fresco, e la sensazione di pedalare nell’oro del sole e della campagna splendente di mietiture recenti. Leone Tarozzi ci guida con un sapiente uso del GPS. È accompagnato dalla mascotte del gruppo, sua figlia Elisa, che ha appena finito le medie. Quattordici anni, esile e dura come l’acciaio. Ieri si è fatti cento chilometri, con sterrati problematici, con i dislivelli di cui sopra, senza fiatare. Anzi, ha senso dello humour e una naturale simpatia che inteneriscono. Oggi è un po’ provata, così come pure Federica, e i saliscendi le pesano. MA le due non mollano. Ci fermiamo a Gaudiano, una paese che dapprima penso sia opera del ventennio, una specie di borgo rurale di fondazione dalla pianta quadrata e le atmosfere un po’ spettrali. Archi e case di scuola razionalista che si scrostano al sole, una chiesa con un triplice arco in pietra, una piazza trascurata e triste ombreggiata da ligustri non potati. Al bar beviamo il bevibile e l’acqua frizzante con limone, che molti di noi ordinano, è gratis. Gratis, ma perché? Gratis, ci dicono. Ad un certo punto, mentre siamo seduti sui tavolini a rilassarci un po’, uno sconosciuto si avvicina con una cassetta di plastica. È piena di ciliegie nere e appetitose, chili e chili. Le posa su uno dei nostri tavoli e dice: sono per voi. Non c’è neppure il tempo di dirgli “grazie” o “Ma scusi, perché…” che il tipo è già sparito.

Visto che Fede ed Elisa sono sfinite decidiamo di spezzare il gruppo. Leone resterà nelle retrovie con Elisa e Federica, mentre noi spingeremo per arrivare a Venosa prima possibile. Giuseppe ci guida per altri venti chilometri e prima di arrivare nella città di Quinto Orazio Flacco – “Carpe diem”, ricordate? – affrontiamo qualche chilometro di salita abbastanza tosta. Il premio è l’Incompiuta, la chiesa della Trinità di origine normanna. HA una pianta geometrica ma non romanica, a croce latina. Presenta invece una navata unica con arco ogivale – siamo ben prima del gotico – di probabile ascendenza arabo – normanna. Spoglia, con un ritmo austero e allo stesso tempo leggero, mi fa venire i brividi. Aberarda, la moglie ripudiata di Roberto il Guiscardo, l’Altavilla che con pochi scrupoli, molto coraggio e cinica decisione piantò le unghie in questa terra di uve e di grani, è sepolta nella chiesa. Si chiama “l’incompiuta” perché l’abside che sigilla la navata unica lascia intravedere, attraverso delle lunghe finestre, un’abside ben più arretrata e un parco di colonne che sorreggono solo il cielo. La chiesa non venne ultimata secondo i progetti originari e la costruzione si arrestò prima. Uno scavo nel pavimento ha messo in luce un mosaico di fattura pregevole, policromo, certamente di una chiesa paleocristiana perché c’è il pesce, il simbolo cristologico così diffuso nei primi anni del cristianesimo. Salta agli occhi un presepio, decisamente fuori stagione, che è vasto come un appartamento. Forse non hanno il coraggio di toglierlo perché è troppo bello, penso. Dopo un’ora arrivano Elisa, Federica e Leone. L’appuntamento che abbiamo è al bar “Friends”, proprio di fronte all’imponete castello normanno, abbracciato da un ampio fossato senz’acqua. Domenico parlerà dell’acqua. Senza un attimo di tregua, questo viaggio.

Senza tregua, vero, caro Emilio.

Mi ritrovo al Friends Café a parlare di acqua insieme a Maurizio Bolognetti, noto giornalista di Radio Radicale ed esperto di tematiche ambientali, e Marialaura Garripoli, presidente dell’Associazione Futura di Venosa, molto impegnata nel sociale e in battaglie a tutela del cittadino dall’inquinamento. Dico subito che non abbiamo folle oceaniche (con le dovute proporzioni, ovviamente…) come quelle che avevamo di fronte in Gargano. Alla ciurma, nell’apprestarci a lasciare l’Adriatico (e poi anche Gianfranco, Erik, Leonardo…) e, in generale, il clima gioviale della costa, ho detto subito che, addentrandoci verso il centro di massa di Mesothalassia, saremmo entrati in una dimensione più intima e dura, in senso positivo. Sono queste, le terre di mezzo tra la Basilicata e la Campania, fuori dai grandi flussi turistici e dallo sviluppo industriale, che hanno subito nel corso degli ultimi decenni un notevole impoverimento demografico, oltreché economico, afflitte dalle imponenti migrazioni interne al nostro paese che hanno portato via 2-3 generazioni e dall’abbandono da parte di uno stato che non ha mai nemmeno affrontato la cosiddetta “questione meridionale”. La terra dura, gialla per il grano tagliato che si estende a perdita d’occhio, unita ad un senso generale di assenza hanno dominato il nostro avvicinamento a Venosa, gioiellino architettonico nel deserto, meteora di città quasi andalusa, compressa tra una appendice interna del granaio d’Italia e il nero e inquietante profilo del Monte Vulture, vulcano spento e fonte millenaria di acqua, che domina come un gigante addormentato sulla valle dell’Ofanto.

Oggi va così. Se quello di ieri, come vi ho già raccontato, è stato il giorno della Gran Consapevolezza, quello di oggi è stato il giorno del Gran Nervo. Nervi tesi durante la pedalata. Ci ritorno con la mente ora che attendiamo che la sala si riempia per l’altra metà – quella piena è occupata in prevalenza dai nostri della carovana. E’ dura essere il capo. La gestione di gruppi eterogenei, con persone tanto diverse, con diversa sensibilità ed esigenze, storie diverse, passioni diverse, predisposizioni mentali diverse, preparazioni fisiche diverse ed in viaggio da giorni su di una bici non è per nulla semplice. Leone mi da una grossa mano oggi. Lo aveva detto Mariangela Ravaioli (capo della sezione del CNR-ISMAR di Bologna e superiore di Leo): “Vedrai quanto ti sarò utile”. Leo è la stabilità emotiva fatta persona e, come vi ha già raccontato Emilio, ci ha guidato magistralmente oggi. Io invece, se ieri ero rilassato e focalizzato su me stesso, le mie gambe, la mia bici, la mia percezione del mondo attraversato in scioltezza lanciando poche occhiate agli altri, in una condizione di sicurezza in gran parte dovuta alla guida di Gianfranco, oggi che lui ci ha abbandonato il mondo si è ribaltato (non piangere Gianfra’, ti prego….). Realizzo tutto questo mentre, seduto sul divano ed appoggiato al tavolino che ci fa da platea al Friends, sorseggio una Peroni al limone e guardo gran parte dei miei prodi di fronte a me, tra il pubblico (scarso, però, non vi dimenticate….). Alla fine, penso, sono io che vi ho portato qui. Tocca a me dare un senso “integrato” alla nostra presenza a Venosa.

L’argomento della conferenza è l’acqua e so già dove mi vogliono portare. L’ottimo Bolognetti è un giornalista d’assalto. Poco tempo fa, tanto per stare sul pezzo, è stato vittima di un episodio poco simpatico: in visita esplorativa nei pressi di un sito di estrazione di petrolio (molto diffusi in Basilicata) gli è stato intimato da un carabiniere di non filmare nulla, sotto la minaccia di una pistola, sebbene, mi pare di capire, il ferro fosse ancora riposto nella fondina. So dove i miei interlocutori vogliono portare il discorso con tema acqua perché conosco, anche se per via non diretta, le autentiche battaglie che i locali stanno conducendo verso l’estrazione di petrolio, a quanto sembra non solo dannosa per l’ambiente (sottrae acqua alle attività umane e produce rifiuti tossici) ma anche poco efficiente dal punto di vista economico (i costi sono superiori ai ricavi). Invitato a parlare, ammetto immediatamente di non essere un esperto di politiche energetiche ma di essere un semplice ecologo del mare, molto focalizzato sulla biologia degli organismi. Realizzo immediatamente quanto sia pericoloso scendere dalla Torre d’Avorio. Si espone il fianco ad autentici insuccessi d’intelletto. Isolati come siamo nel nostro mondo fatto di osservazioni naturali, siamo impreparati ad interloquire con gente che si muove nel mondo di mezzo, tra la politica e la scienza che in qualche modo la supporta, attraverso studi su commissione. La politica attinge dalla scienza per sostenere le proprie scelte. La scienza asseconda la politica per continuare a vivere (leggi: ottenere fondi). I giornalisti che si muovono in questo ambito – e mi pare che Maurizio sia proprio uno di questi – sono molto sensibili ad incongruenze, che qualcuno chiamerebbe affari loschi, tra l’una e l’altra parte.

Non ho nessuna intenzione di immischiarmi e provo ad ingegnarmi in acrobazie intellettuali… Parlo del nostro viaggio, dei Cammini LTER, dei siti LTER, di cosa è LTER (la ricerca ecologica a lungo termine… ma nn vi dico niente qui, sennò famo notte….). Parlo di ecologia e del valore di, non solo monitorare per decenni sempre lo stesso sito, ma anche elaborare i dati raccolti e sviluppare teorie sulla relazione tra ambiente e cambiamenti climatici, geologici o legati alle attività dell’uomo. Mi ascoltano. Bene. Parlo di acqua e del suo valore in senso generale. OK. Ma alla fine il discorso confluisce sempre e comunque sul valore economico dell’acqua. Lo faccio involontariamente. Ma lo faccio. Mi pare quasi una forma di cortesia verso i nostri ospiti. Un bizantinismo che mi porto dietro dalla terra di Levante che abbiamo da poco lasciato e che si concretizza in una sorta di regalo immateriale offerto a chi mi ha accolto. Volete che vi parli di valore dell’acqua? Bene. Sapete quanta acqua si consuma per produrre una pizza di 800 grammi a partire dalla materia prima, come grano, olio, pomodori e mozzarella? Oltre 1000 litri di acqua. Per una sola pizza. Dati veri. Ecco. Ritorno poi sugli aspetti naturali, gli ecosistemi, cose meno pericolose, ma il “dono immateriale” aleggia nell’aria e vi rimane come una cappa fumosa sulle nostre teste fin quando termino il mio intervento e Marialaura passa la parola a Maurizio.

Napoletano trapiantato in Basilicata. Un po’ burbero all’apparenza – sarà forse la barba e il cipiglio meridionale – ma sembra uno che si scioglie con calore con chi gli è affine. Autentica celebrità del settore giornalistico locale. Anche un po’ paladino delle battaglie delle quali ho parlato più sopra. Maurizio sfodera un’eloquenza che definirei ponderata in istantanea. Da’ l’idea di pensare tantissimo mentre parla, ma regola il flusso di dati vocali in uscita con grande maestria. A differenza di me, che ho ancora tanto da imparare… Snocciola dati, parla di studi a sua detta un po’ farlocchi che concludono sulla possibilità di coniugare trivellazioni petrolifere, attività produttive agricole o d’allevamento e turismo sostenibile. Ci “stona” di parole (come si dice in Campania…). Insomma, anche lui, come Capacchione stamattina ma su una lunghezza d’onda lontana miglia, è un fiume in piena. Non mi azzardo ad interromperlo, del resto non sono io a moderare. Alcune cose mi stupiscono, altre mi inquietano, molte avevo trascurato, alcune mi trovano un po’ in disaccordo. Ma il tutto mi affascina. Sono sincero. Alessandra più tardi mi dirà che ho dimenticato dei punti importanti da sollevare, come lo scopo del nostro viaggio, da scienziati narranti, di portare la gente a stupirsi della natura. Ma realizzo ora che scrivo che l’argomento era assai arduo da integrare nel contesto in cui cercavo di muovermi insieme a Bolognetti, anche se con i piedi di piombo. Ma Maurizio è una persona molto interessante. Affine. Parla di conflitto tra determinismo ed olismo e mi pare sia un fan dell’ultimo. Insomma, mi conquista, ecco. Così come con Capacchione, tante sono le cose che ora trascuro in questo piccolo report della nostra conversazione pubblica. Cose che forse dovrò dire, ma mi sfuggono ancora le chiavi esemplificative… sto ancora elaborando, sorry…

Torno a parlare io, su invito di Marialaura. Faccio un po’ l’avvocato del diavolo. “Sapete che le piattaforme petrolifere marine dell’alto Adriatico sono colonizzate da tantissimi piante ed animali marini che non potrebbero insediarsi sulla sabbia che domina i fondali? E la zona di mare che circonda i piloni di queste piattaforme sono dei punti di ripopolamento dei pesci?”. Dico queste cose per comunicare un aspetto molto importante. I sistemi naturali sono molto complessi e non è detto che la causa apparente di un fenomeno, come ad esempio una moria di pesci, sia la causa effettiva. Può anche essere una con-causa. Ma spesso la comunicazione para-scientifica prodotta da media che vivono perlopiù di messaggi sensazionalistici, dispone in maniera troppo superficiale delle relazioni causa-effetto. E proprio in questo genere di dibattiti noi scienziati dovremmo avere voce in capitolo per analizzare in maniera critica e “neutrale” i fenomeni naturali che hanno una ricaduta immediata sulla vita dell’uomo. Certo, sarebbe meglio che gli scienziati avessero voce in capitolo su fenomeni che hanno una ricaduta non immediata sulla vita dell’uomo. (nota: questa è un’altra storia… andremmo verso discorsi politici che ora non mi va di affrontare, anche se nel dibattito con Bolognetti argomenti politici sono assolutamente emersi e lì – povero me – ho barcollato in maniera evidente…)
Insomma, tanto per chiudere con il dibattito, altrimenti si va davvero per le lunghe (e poi Bolognetti dice che sono logorroico…) si rivela una bella esperienza. (nota: Il dibattito è stato registrato da Maurizio e probabilmente verrà trasmesso a breve su Radio Radicale. Chi potrà sentirlo, se ne farà un’idea…)

La serata termina alla trattoria Il Brigante, a Venosa. Si festeggia il compleanno di Milena, la moglie di Giuseppe Minutiello. Io sono veramente stanchissimo, rauco, occhi spiritati e lento nelle percezioni. Si fa dura. Pedala, parla, mangia, dormi, scrivi, pedala, parla… Ma ce la faremo.

Dom/Emilio

Venosa2

Tappa 3 – Dalla montagna sul mare alle montagne di sale

Margh1

Scrivere in viaggio è un impegno non da poco. Una staffetta continua, tra me ed Emilio, che teniamo questo blog quotidiano scrivendo sullo stesso computer ed in sequenza sullo stesso file, per non perdere di spontaneità. Tutto in presa diretta, poche correzioni, nessuna rilettura e, speriamo, un minimo di integrazione. Ma è un onere minuscolo, quello di scrivere, se penso all’onore che abbiamo a raccontarvi questa meravigliosa avventura, che non è rischiosa tanto sul piano fisico (a parte qualche piccolo inconveniente avvenuto nella tappa 3) quanto sul piano mentale… Dopo solo tre giorni di nomadismo, di dormo ogni notte in un posto diverso, di parlo con persone i cui accenti sfumano l’uno nell’altro man mano che si oltrepassano i confini immaginari delle tante e diverse Puglie, scatta in noi un meccanismo di adattamento che ci porta a ritenere che la vera vita, forse, potrebbe proprio essere così: nomade e libera. A questo punto, pensare al ritorno, che prima o poi avverrà, non è più tanto dolce quanto lo era al momento della partenza, quando bagagli, logistica, piano pernottamenti e un dominante senso di incertezza, ci facevano quasi dire: ma chi ce lo ha fatto fare?

Sono le 6:17 del 1° luglio. Scrivo della tappa del 30 (Laguna di Varano – Margherita di Savoia) da un balconcino dell’alberghetto che ci ha ospitati per la notte appena trascorsa, affacciato sul limite meridionale del complesso delle saline. Scrivo dopo una lunga, calda e ritemprante doccia, che mi sono concesso dopo aver dormito vestito, con tanto di scarpe, sul letto intonso. Quella di ieri è stata una lunga giornata, terminata con una cena da Lucullo – anche questa, come il pernottamento, offerta dall’Associazione degli Stabilimenti Balneari di Margherita di Savoia. La tanto desiderata (da me) frittura di paranza, piatto ultimo e forte della cena, ha fatto il suo dovere. In albergo a mezzanotte passata, condivido la stanza con Davide e Silvia, che mi lasciano il letto matrimoniale, accontentandosi di un grazioso letto a castello. Mi appoggio sul letto mentre loro si sistemano e… collasso… Dormo così come sono, il letto è comodissimo e fa tutt’altro che freddo. Il primo sonno vero da quando siamo partiti. Il terzo giorno di ogni viaggio è sempre quello della calma raggiunta. D’ora in poi, saremo tutti in modalità zen, come dice il caro Antonio Bergamino, il nostro fidato fotografo-motivatore, quello che prende in mano la ramazza e raccatta gli ultimi, i ritardatari, quelli che vanno più lenti, anche se magari non sempre, nella nostra carovana a pedali di truppe cammellate.

Della giornata di ieri parlerei tanto, forse tanto di più del minimo sindacale richiesto quando si stende un blog, che deve essere breve ed incisivo, specie se scritto a due mani. La mia bici è stata bravissima, su terreni estremamente diversi. E’ il terzo giorno, quello della piena integrazione tra muscoli e meccanica a due ruote. Io e lei siamo stati addirittura immortalati insieme ad un retino per il campionamento di fitoplancton, sul ciglio di una delle canalette delle saline dove il laboratorio mobile dell’Uni-Salento aveva appena fatto un campionamento per Mesothalassia. Ripenso alla foto che mi hanno mostrato le mie colleghe Alessandra e Caterina, molto spontanea, direi naturale: ciclista con retino o scienziato in bicicletta? Forse tutte e due, indistricabilmente. Il mio capo Maurizio è arrivato a dire che, a quanto pare, per me andare in bici è un “atto indispensabile a garantire la mia produttività concettuale”. E lo ha fatto in una mail di lavoro con un collega di Trieste, nel corso di una nostra conversazione avente oggetto un articolo scientifico sul Piccolo Mondo del plancton che stiamo scrivendo insieme… Ma come siamo messi?? Conoscendo il mio capo, non credo proprio che scherzasse…

Insomma, che dire della giornata di ieri. Tanta bici, perché la tappa è stata davvero lunga, poca comunicazione, perché tutto si è risolto con una breve conferenza alla Casa di Ramsar, centro di educazione ambientale sulle saline. Aprono il responsabile dell’oasi, il sindaco del comune di Trinitapoli, che ha la pertinenza dell’oasi, e poi parliamo Alessandra ed io. Tutto a braccio, proprio come il sindaco dall’eloquenza navigata. Si parla dei Cammini LTER, di Mesothalassia, di come il nostro sia un tentativo di mettere in contatto in maniera non convenzionale i due mondi, quello sulla Torre d’Avorio e quello che apprende nozioni di ogni tipo, comprese quelle scientifiche, dalla Grande Bugiarda – ovvero la TV, come la chiamano in uno dei posti che attraverseremo. Alessandra è stata grande. “Probabilmente, se i due mondi non si parlano, è anche colpa nostra: alla scienza di oggi manca la ‘narrazione’”. Ma quella vera non sensazionalistica, come continua a confermarsi la divulgazione scientifica nel nostro Belpaese. I narratori. Il Popolo Narratore. Potremmo chiamarci così, noi folli che parliamo di scienza andando di paese in paese con la bicicletta. Un po’ come i cantastorie di una volta, quelli che oggi sono solo zingari.

Il mio intervento, dal momento che siamo al terzo giorno (… e il terzo giorno di ogni viaggio è sempre quello della Gran Consapevolezza) è breve, accattivante ed incisivo. I miei consiglieri in fatto di public relations, Andrea e Davide, hanno fatto nei giorni scorsi il loro dovere… Riesco addirittura a ‘sgamare’ il vice-sindaco, anche lui in platea. Quando parlo di acqua e di acquedotto pugliese, delle sorgenti del Sele (che visiteremo sabato), costui viene via dal limbo e mette giù lo smartphone. Diventa quasi una conversazione a due. Ringrazia l’Irpinia per il servizio offerto da questa piccola terra a tutta la Puglia, che vive dell’acqua del Sele. Il sindaco e il vice sono ormai dei nostri. L’acqua arriva ovunque, scava tutto e penetra dappertutto. In questo viaggio dobbiamo essere come l’acqua. Freschi, diretti, fluidi e benefici. Il Popolo Narratore sta arrivando! Dispiegate le vostre reti in paranza, o cari amici nostri!

Emilio. Adesso tocca a te… abbiamo poco poco tempo… la piccola città di Orazio chiama e la nera silouette del Monte Vulture già appare all’orizzonte…

La profezia di Domenico non si è avverata e la leggenda s’è sfatata: non siamo partiti alle 7.00 perché tra la nostra volontà di sbrigarci e la prima pedalata si è interposto il fato. E lo ha fatto sotto forma di una tavolata principesca, federiciana, una cascata di ogni bendidio che ci hanno preparato le nostre ospiti dell’agriturismo “Il piccolo principe”. Una colazione consumata con la vista del lago di Varano che ammiccava tra olivi secolari, uno dei quali avrebbe potuto servire a Ulisse per squadrare il suo letto matrimoniale, perché è ben più lungo di una persona. Fichi neri ancora intrisi del fresco della notte, colti un’ora prima, poi albicocche, cetrioli, panetti caldi al finocchio, succhi di frutta, biscotti… insomma, tanta di quella buona roba che mi ha addirittura fatto scordare della parola “caffè”. Un’ospitalità eccezionale, perché queste donne si sono alzate nel cuore della notte per mantenere fede a un’idea di ospitalità che ci descrivono e che non riporto per brevità: basti la descrizione della tavolata. Insomma, girala e voltala, siamo partiti alle otto e mezza, decollando dalla località Crocifisso di Varano verso Carpino, in un’atmosfera fresca e col gruppo oramai funzionante. Sappiamo i nomi di tutti, il clima è di quelli giusti, dove allegria, fatica condivisa e buona voglia negli impegni che ci aspettano lungo la strada creano un mix che riempie la vela della nostra nave a pedali di buon vento. Erik Ferrante da CampoBBBasso fa la staffetta con la sua mountain bike, nervoso, scattante, infilando i passaggi più tecnici e facendo la staffetta tra la testa e la coda del gruppo. Se oggi farmo centodieci chilometri lui ne avrà fatti il doppio. Attraversiamo Carpino, paese animato e grazioso costruito sul fianco del monte, con le stradine in salita, una chiesa barocca sulla piazza piena di bar affollati e troppe insegne e troppe macchine che ne intossicano il centro. Me l’immagino col centro pedonale e senza le urla sguaiate di tutta questa plasticaccia colorata delle insegne: sarebbe un quadro, un quadro pacifico e pittoresco.

Da qui in su, solo rumori di vento e foglie, dei nostri cambi che sfrigolano e delle nostre voci. È la salita perfetta: 7-10%, aria fresca, visibilità sul mare e sul lago di Varano, che sembra che la terra voglia tenerselo per sé con l’abbraccio del lungo cordone di sabbia che lo separa dal mare. Un crampo alla gamba di Federica ci regala una sosta e una scorpacciata di fichi freschi. La signora dell’agriturismo ce li ha impaccati e consegnati, e sono finiti sul furgone di Orazio, Francesca e Caterina, i nostri amici della troupe che documenta il viaggio. Il gruppo ha un andamento a fisarmonica: si sfilaccia, si ricompatta, si torna a sfilacciare. Verso i cinquecento metri di quota i pascoli e le macchie di lecci e roverelle si coagulano in una macchia scura, nella cui penombra, tra poco, sperimenteremo piacevoli brividi di freddo. È la Foresta Umbra del Gargano, dove carpini, faggi, aceri e i castagni ci regalano un ambiente che, nonostante l’intervento dell’ Homo Boscaiolus, continua a mantenere un fascino primordiale. Al Bosco Quarto comincia l’avventura che ci ha preparato Gianfranco, il sulfureo biologo che sa di queste zone come un guerrigliero conosce le sue montagne. La sorpresa consiste nel fatto che ci attendono in tutto dodici chilometri di sentiero che s’arrampica fin oltre i settecento metri. Ma la sorpresa, almeno per me, è sapere che questo sentiero, oggi in nulla diverso da una strada forestale, era il letto dove scorreva non un fiume, ma un treno a vapore. Gianfranco ci fa notare le massicciate che sostenevano la ferrovia, mimetizzate dalla vegetazione come le rovine di un tempio messicano. La copertura arborea è fatta di generosi ombrelli di querce e frassini. Me li immagino scomparire nel vapore della locomotiva che sbuffa, che sferragli facendo scappare caprioli e cinghiali. A cosa serviva questo treno nel bosco? A trasportare legna, e specialmente tronchi di castagno. Oh viaggiatore, che leggi il giornale sul treno che sferraglia, pensa che sotto di te sfrecciano decine di migliaia di traversine che erano maestosi castagni del Gargano. Meriterebbero un epitaffio da Antologia Palatina, queste legioni di alberi caduti. Oggi si riforesta, e comunque la natura si è data da fare. L’attraversamento dell’ombra marezzata da raggi di luce, come nei quadri degli impressionisti, lascerà in tutti noi un ricordo dai contrasti violenti. Per me il ricordo si cristallizza nella foto di noi che ci addentriamo timidamente nel bosco, con quel po’ di diffidenza stupita ma curiosa che forse ci è rimasta attaccata dall’infanzia, quando la nonna ci leggeva storie di fate e foreste.

Bisogna dire che Silvia, psicologa napoletana, è una delle più toste pedalatrici che abbia mai visto. Sempre in testa al gruppo, sempre con la sua allegria partenopea, del resto serpeggiante nel gruppo per via di una forte componente etnica di napoletani e campani che costituiscono la truppa cammellata, che è davvero una campionatura di biodivesità italica. Il fato sceglie lei per il primo incidente della spedizione: una discesa e alla fine della medesima un tappeto di sabbia. La ruota si piega, pattina e Silvia non ce la fa a tenere la bici, rovinando a terra. Ginocchio e mento sanguinante, petto arrossato e graffiato, uno spavento che spreme adrenalina dalle surrenali. Si attiva il servizio medico: le ferite sono disinfettate, lavate, fasciate e la gamba della vittima gronda tintura di iodio come una crocifissione. Ma il buon umore non viene meno, né la grinta. Manca poco alla discesa, che ci trasforma in un tappeto volante a pedali: voliamo risucchiati dall’azzurro dell’Adriatico, dalla scacchiera dorata con diverse qualità d’oro delle campagne mietute che circonda Manfredonia. Attraversiamo la città, adesso scortati dai vigili e dai carabinieri, per andare a riposarci nell’oasi di Lago Salso. C’ingozziamo di anguria, beviamo, qualcuno stramazza sulle panche a distillare la fatica della salita e dei 1600 metri di dislivello accumulati coi vari saliscendi.

Un gruppo di ciclisti di Trinitapoli ci scorta per gli ultimi trentacinque chilometri. Attraversiamo una zona di orti di sabbia che dà una verdura particolare, buonissima. Si lamentano, gli amici ciclisti locali, che non si riesca a valorizzarla nella sua particolarità, per non dire unicità. I fagiolini piccoli e molto saporiti, i pomodori profumati – ci arrivano delle folate del loro aroma, di tanto in tanto -– le melanzane, gli zucchini potrebbero essere un altro di tesori nascosti di un’Italia che cambia di dieci chilometri in dieci chilometri. Scopro che a distanza di un giorno di pedale già la salicornia non è una pietanza d’uso, che c’è un vino che sembra un insulto razzista (si chiama nero di troia) e che, se fatto bene, lascia la lingua nera nera, troia d’un vino nero che non sei altro. Il dialetto s’è fatto completamente oscuro e tra essolui e l’arabo per me non c’è nessuna differenza. Probabilmente nel sanscrito o nel farsi riuscirei a riconoscere qualche radice indoeuropea, che qui sparisce nella rapidità dell’eloquio, nella particolarità di strizzare, ridurre e trasformare dittonghi, iati, sdrucciole che diventano piane e viceversa. Eh, sì, la bici esalta il sapore d’Italia, potrebbe essere uno slogan che coniuga il pedale, il paesaggio e la storia. Mentre vedo le legioni di Annibale sfilare verso Canne, non distantissima da qui, il vento ostacola la pedalata e la vista del monte di sale – siamo ormai vicino alle saline – che è apparso all’orizzonte si ingrandisce troppo lentamente. Ma alla fine ci arriviamo e sulle sponde di questo lago salato, che si riempie e si svuota sotto l’ustione del sole di Puglia trasformandosi in una distesa abbacinante di sale, percorriamo la ciclovia che l’affianca e arriviamo alla Casa di Ramsar, che voi sapete già cos’è perché avete letto le note di Domenico, qui sopra. Io, dopo la conferenza, assaggio i vini di qui, alcuni biologici. Ma mi commuove una storia botanico-enologica che tre anziani mi raccontano. È proprio sul nero di troia. “Non puoi sapere cos’era questo vino, voglio dire il vitigno autentico, autoctono. E sai chi aveva l’ultima vigna di quello vero, di quello non innestato? Io.” Mi racconta il vino come fosse una leggenda omerica: nero, profumato, resistente come un guerriero. “Non ci mettevamo bisolfito, capisci? Niente. Si conservava con i solfiti naturali. Che dici? Fino all’anno dopo? Ma scherzi?” Una volta scordarono una damigiana piena in mezzo a delle altre, vuote. Dopo molti anni la ritrovarono. Andato in aceto? Era ancora più maturo, profumato, un vino per gli dei. Qui tutto ha un profumo di Grecia lontana, dai nomi dei luoghi a quelli dei vini (uno di essi si chiama “greco”). Ma lo fate ancora, chiedo, e la vigna ce l’avete?Sto usando anch’io il “voi”. I tre anziani sospirano e si lanciano quegli sguardi di persone che sanno tutto le une delle altre. “Quella fu l’ultima vendemmia, la migliore, credetemi” (mi piace questo intercalare di “voi” e di “tu”) “e ci bevemmo quei cinquantaquattro litri – i migliori in assoluto della miglior vendemmia di sempre – sapendo che non ne avremmo bevuto più”. Ma cos’è successo? Purtroppo, dice uno di loro, con dei bei baffi bianchi, l’ho spiantata io. E sai per farci cosa? Metterci degli olivi, che qui ce ne sono anche in mezzo alla strada. E adesso sai cosa sto facendo? Sto battendo il luogo dov’era la vigna per vedere se nasce qualche barbatella. Sì, spero di trovare quel vino e rifare la vigna.” Con questa metafora dell’eden enologico perduto, con questa fiaba dell’ultimo regalo della vigna cenerentola, finisce la visita al centro. La storia, che ha proprio la struttura di una fiaba triste, mi commuove, spero davvero che il vecchio trovi la barbatella, le dia un bacio e la vigna – principessa risorga. Ma adesso via, i saluti, le strette di mano e chiappe in sella.

Non so cosa abbiamo fatto di buono pe meritarci un altro tramonto come quello che ci accompagna da Trinitapoli fino a Margherita di Savoia lungo le saline dall’acqua densa e immobile come acciaio. Ci dobbiamo fermare risucchiati da queste lastre incandescenti, arrossate, ma anche cupe per il riflesso del Gargano, che è un ematoma di un indaco che scivola verso il nero. Giove e Venere sono allineate, grida Alessandra con entusiasmo, sfavillano come zirconi. Davide spiega che ci danno il piano dell’orbita del sistema solare: poesia, geografia, astronomia e le opere dell’uomo – nel bene e nel male – si intrecciano, si fondono, tornano a separarsi.

A Margherita di Savoia mangiamo dopo le dieci, al Galeone. Le proteste e i “poco, per favore”non servono a fermare l’emorragia alimentare: baccalà, cozze in rosso, pasta con sapori di mare, pane, poi il fritto, no, il fritto non ce lo porti, o almeno ce ne porti poco, per favore. Macché, ne arrivano quattro piatti pieni, ci dispiace lasciare quel ben di dio, e poi pure arrivano i sorbetti, l’amaro, volete il caffé, il caffé no, lasciamo stare. Maratona di chilometri, di sapori mediterranei, di emozioni e di stanchezza. E Domenico, me lo raccontava poco fa, si butta sul letto vestito e con le scarpe, mentre il compagno di stanza fa la doccia. Si sveglierà così, poco fa – inizio a scrivere alle sette di mattina dopo una notte troppo breve – vestito di tutto punto, pronto per partire verso il prossimo appuntamento. E io chiudo la mia pagina di diario e vado a raggiungerli. E anche oggi la nave va… Venosa ci attende.

Margh2

Tappa 2 – Tra terra e mare/Lu mangime delle ostrch’

Varano

Lo sapevo, lo sapevamo. Oggi il viaggio ci è arrivato da dietro come un’onda e ci ha un po’ travolto. Con i tempi, con le cose successe, con l’arrivo tardi a Crocifisso di Varano, da dove scrivo queste righe sistemato in un bell’agriturismo tra gli ulivi, con la stanchezza di oggi e la partenza di domani di buon’ora, perché la truppa cammellata deve affrontare cento chilometri con dislivelli di buon carato. Per cui le note di oggi saranno più asciutte. Bene, la partenza è stata quasi all’una perché la mattina è trascorsa nelle cose che narra Domenico. La carovana, colorata, allegra, con una virgola d’anarchico, ha percorso anche oggi strade per lo più silenziose, nastri d’asfalto tra il grano mietuto e con la gobba del Gargano che si avvicinava. Domani dovremo scavalcarla. Non si può scrivere tutto quello che si vede, e nemmeno tutto quello che si annota. Però non posso tralasciare il bagno di fonte che ci ha proposto Gianfranco, che a un certo punto ci ha detto: “Volete vedere una sorgente, acqua chiara, fredda, una risorgiva del Gargano, insomma?” Idrofili come siamo abbiamo accettato. Una vasca quadrata in cemento piena di acqua limpidissima e col fondo di sassi: la sorgente del nazareno. Nella calura pugliese una visione, un miraggio a quattro metri. Ci siamo fermati e alcuni di noi non ci hanno pensato due volte: ci siamo tuffati in acqua con i vestiti da ciclisti, tanto in meno di mezz’ora saremmo tornati asciutti, nonostante Gianfranco sollecitasse una partenza più obbediente. Un piccolo ammutinamento idrico, insomma. Ma non siamo qui per l’acqua? Abbiamo attraversato una zona di bonifica dove delle idrovore tengono sotto controllo il flusso delle acque e consentono la coltivazione di ulivi, fichi, girasoli, pomodori, frutta, zucchine, uva, grano. Qualche cane stanco che abbaia, il custode di un’idrovora che ci riempie le borracce d’acqua.

A Torre Mileto – una torre di avvistamento restaurata in modo piuttosto euforico – il mare appare di nuovo. Siamo ospiti di Francesco de Rosa, che gestisce un minuscolo non-lido davanti alle rocce. Non – lido perché a impatto zero: una baracca smontabile, qualche ombrellone e qualche sdraio, ma niente cemento, ferro, strutture fisse. Ci sono onde a tratti robuste che si avventano sui bassi scogli candidi, ma la voglia è tanta. Dopo un po’ di esitazione ci lanciamo tra le onde, ed è un bagno che ci tonifica e ci dà energie per proseguire, accompagnati da un gruppo di ciclisti di Cagnano Varano, fino a Capoiale. Capoiale si allunga sui bordi di un canale che unisce il lago di Varano col mare ed è affollata di pescherecci. Qui ci sono allevamenti di cozze, pesca fiorente e soprattutto Pasquale Coccia, un pescatore robusto e con baffi da figaro siciliano che sprizza energia da tutti i pori. Il suo hobby è quello di costruire modellini in legno, vimini, materiale di recupero: mulini a vento, case, presepi, pescherecci, trabucchi. Non manca neppure la marotta, una sorta di barca traforata che serve per metterci le anguille e farle ingrassare e che fine sommersa completamente dall’acqua. Ci mostra i suoi capolavori, spiega come funzionano, li anima collegandoli a una presa di corrente.
Da Capoiale parte il pezzo forte della tappa: pedaliamo lungo un interminabile tratturo che segue il lago di Varano, arginato da bei monti, offrendo uno spettacolo naturalistico di grande valore. Ahimè, rovinato dall’enorme quantità di bottiglie di plastica che lastricano il sentiero, scricchiolando sotto le nostre ruote. È un peccato e un delitto non riuscire a pulire questo itinerario di grande impatto.

A Crocifisso di Varano si concluderà la serata, dopo solo sessanta chilometri. Ci aspettano – queste sono le informazioni – con un rinfresco. Arriviamo su un declivio coronato da grandi pini marittimi, un mantello d’erba che scende verso il lago. Ci hanno preparato un “déjeuner sur l’erbe”, una colazione sull’erba da emiri. Oltre ai canti di un coro locale – delle donne anziane che ci fanno sentire canzoni della tradizione locale – i cuochi hanno preparato una valanga, uno tsunami di pietanze: cozze, ostriche, bruschette alla salicornia oppure al pomodoro, cozze con pane e uovo in camicia, pasta con cozze e fagioli, torta di acciughe, pettole al vin cotto, una sorta di pizzette fritte nell’olio di oliva e condite con vin cotto. LA compagnia si raduna sul prato, chiacchiera, qualcuno scatta fotografie a un tramonto che ci impregna tutti di buon umore, di allegria, di stanchezza saporita.

Stasera scriviamo poco, Dom e io, perché domani la leggenda vuole che partiremo alle sette e mezza. Vedremo: in fondo le leggende contengono sempre, al fondo, un po’ di verità.

Queste che seguono sono le riflessioni di Dom sulla giornata. Una giornata di relax, sportivamente parlando, ma rivelatrici senza dubbio, nel corso della nostra discesa dalla Torre d’Avorio…

“Avrei una domanda per alcuni di voi; userò come interlocutori il signor Alfonso, che ci segue in seconda fila, e questo bambino qui davanti (del quale purtroppo ora che scrivo mi sfugge il nome…) in prima fila: OK?” Annuiscono curiosi, nel corso di una piccola conferenza al Centro Visite del Parco Nazionale del Gargano, dove ci troviamo la mattina del 29 giugno, per introdurre brevemente la nostra missione. La saletta è gremita, ma forse le persone lì per dovere istituzionale sono molte di più di quelle pervenute per curiosità o attrazione spontanea. Nella scaletta degli interventi, io parlo quasi alla fine, dopo il Sindaco di Lesina, il responsabile del CNR locale, Raffaele D’Adamo, e Alessandra Pugnetti, la ricercatrice del CNR di Venezia che ci accompagnerà nel viaggio dalla ammiraglia di Mesothalassia.

“Nel mare, il pesce grande mangia il pesce piccolo, poi il pesce piccolo mangia il pesce più piccolo… e così via… d’accordo?” Dicono di sì con la testa. “E’ la catena alimentare. Si arriva però ad un punto in cui il pesce più piccolo deve pur mangiare, vero?” Sì. “Ma lo sapete cosa mangia il pesce più piccolo?” I nostri due principali interlocutori appartengono a due generazioni lontanissime nel tempo e hanno avuto una educazione molto diversa. Alfonso Maria Biscotti partì per la Germania che era un ragazzino, ci ha lavorato per 38 anni: Tornato a Lesina, vi è rimasto per un periodo di soli due anni ma, da Italico pensionato di Germania e pescatore di nascita, ha avuto il bel pensiero di trasferirsi in terra balcanica (Montenegro e Albania) e commerciare in pesce e molluschi. Ha contatti con Berisha e quando va a Belgrado lo accolgono da gran signore. Il bambino, avrà avuto 8 anni, non so molto di lui, tranne che ci segue in compagnia di altri due loschi figuri, uno un po’ robusto e dall’aria stanca e un terzo smilzo, fintamente distratto, con un paio di occhialoni da nerd.

“Allora” faccio io “chi mi risponde?” Il bambino non lo sa, cosa mangia il pesce più piccolo. Alfonso incomincia un freeclimbing acrobatico mono-mano sugli specchi del Millennium Tower. “Allora, ci sono i bianchetti e i rossetti…” (stadi giovanili di pesci pelagici) “…e quelli sono il cibo dei pesci più piccoli”. Dico OK ma gli rimbalzo la domanda di prima. Questi pescetti dovranno pur mangiar qualcosa. Il proseguo è da film di Fantozzi (signor Alfonso, perdonatemi…) “…ma io ce l’ho qua, lo so cosa mangiano, mangiano l’acqua… solo che sono uscito ora dall’ospedale, scusatemi…” Ammette sconsolato…. Precipitato mio malgrado nel ruolo del prof. che interroga, ma in maniera scherzosa, mi diverto come un pazzo, non fosse altro perché ho fatto uno di quei break nelle conferenze che abbattono il muro tra il conferenziere, in genere uno, e il pubblico muto ad ascoltare. Altro mattone che cade giù dalla Torre d’Avorio…

“Voi, Don Alfo’, lo sapete, ce lo avete sulla punta della lingua… ma non riuscite a dirlo, è così” Sì. Il bambino, rispettando l’anzianità, non si immischia nel’affaire a due tra me e il suo ben più rodato compagno di classe. “Il fatto è che forse, tutti voi percepite che deve esserci qualcosa da mangiare per il pesce più piccolo, ma non avete gli strumenti per dire che cos’è. Allora facciamo così, inizia per P….. PL….. PLA….” PLANKTON!!!! Esplode dalla bocca del bimbo un po’ nerd, rimasto in disparte fino a quel momento! Gli batto il cinque come all’oratorio e lui me lo ribatte indietro con la faccia soddisfatta. “Per te una maglietta in regalo!” Risate in sala ed esclamazioni di sincerissimo giubilo da parte del bimbo nerd.

“Capite com’è il fatto? E’ gravissimo che solo pochi, tranne quelli che lo studiano, conoscono il plankton, il cibo dei pesci più piccoli”. Insisto per un po’ su questo punto. Se non ci fosse il plankton, il cibo dei pesci piccoli, il signor Alfonso non potrebbe fare la vita “del gran signore” dall’altra parte dell’Adriatico, per dire una cosa semplice. Da parte mia, so che senza il plankton probabilmente la vita sulla terra (uomo compreso) sarebbe molto ma molto diversa di quella che conosciamo. Ma non posso spingermi tanto oltre.

“Hai capito” e ora mi rivolgo al bambino. “Devi sapere che il cibo del pesce più piccolo è molto importante e forse anche le persone che lo studiano. Io lo so che tu diventerai Ministro della Repubblica. Quando sarai Ministro, ricordati del plankton e anche di noi ricercatori!” Risate plebiscitarie. La frittata è fatta. Il signor Alfonso non si tiene più e, nel clima di entusiasmo generale, di rottura completa tra chi parla e chi ascolta all’interno di una conferenza, si alza in piedi e mostra fiero un quadretto con una pergamena, con lo stemma di famiglia. Insomma… qualcuno lo blocca, ritenendo si dovesse ristabilire l’ordine in sala… evabbé. Da parte mia, mi avvio a concludere il mio intervento, comunicando alla sala che quel piccolo chiassoso giochino dell’indovinello altro non era che un espediente per far capire il senso del nostro viaggio. Comunicare in maniera semplice, schietta e diretta con il pubblico, cercando chiavi di ingresso attraverso le loro coscienze ecologiche…

Quando si fa sera, come Emilio vi ha già raccontato, ci ritroviamo precipitati nella festa di paese… Cozze, ostriche, tutte del lago… e cosa mangiano le cozze, le ostriche del lago???? Eheheh…. Prendo il microfono del maestro della festa. Abbiamo con noi il LabMobile dell’Università del Salento, acquisito nell’ambito del progetto europeo LifeWatch. Un bel camper attrezzato per campionamenti ed osservazione di…. plankton… E proprio un attimo prima i nostri amici di Lecce hanno fatto un campionamento nella laguna di Varano. Un campionamento di…. plankton. E cosa mangiano i molluschi della laguna? “Lo volete vedere il cibo delle ostriche?” Faccio al microfono. Andate lì, in quel camper, i ricercatori vi aspettano al microscopio!” Incredibile. Il popolo migratore abbandona l’opulenza gastronomica, donne che un attimo prima come matrone sopra sedie di paglia, bambini e genitori, un sacco di gente… “Jamm a vede’ lu mangim’ de le ostriche” (!?)

“Ma è vero, ci stanno come foglioline piccole, solo che per le devi vede’ dentro a quel coso, lu microscopio”.

…i pezzi della Torre cadono giù come proiettili…. a domani!

Emilio/Dom

lo scienziato ed il futuro ministro
lo scienziato ed il futuro ministro